Submitted by ogs on Wed, 06/05/2009 - 16:50
[Trieste, 06/05/2009]
OGS è tra i partner della missione MaGIC che studia frane sottomarine e sismicitÃ
per elaborare la Carta degli Elementi di Pericolosità dei Fondali Marini.
TRIESTE - Si è conclusa il 20 aprile scorso, dopo tre settimane di intensa navigazione a
bordo della nave OGS Explora, la campagna oceanografica MaGIC OGS 0409, che ha
impegnato nel Mar Ionio settentrionale fino al Golfo di Taranto sei ricercatori
dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS di Trieste
assieme a colleghi di altri Istituti italiani.
La missione rientrava nel progetto quinquennale MaGIC (Marine Geohazards along the Italian Coasts, 2007-2012), finanziato dal Dipartimento della Protezione Civile Italiana e realizzato grazie alla collaborazione dell’intera comunità scientifica italiana attiva nel settore della geologia marina. Quattro i partner principali - OGS, CNR (con gli istituti IGAG, ISMAR, IAMC), l’Università di Roma/IGAG in veste di coordinatore generale e CONISMA – coinvolti con l’obiettivo di monitorare le coste italiane a rischio geologico: frane sottomarine, sismicità e tsunami.
Il progetto è iniziato nel 2007 con una prima individuazione delle aree a maggiore
pericolosità della costa calabra. La missione appena terminata ha invece acquisito nuovi
dati geofisici su specifiche zone di fondomare, principalmente nel margine pugliese, per
stimare quali sono “le aree di criticità †delle coste di Puglia e Calabria, e individuare i
siti in cui vi è una concreta possibilità che processi geologici in grado di deformare e/o
erodere il fondale del margine della piattaforma continentale, risalite o espulsione di
fluidi, frane sottomarine e faglie possano essere all’origine di tsunami e/o terremoti
potenzialmente devastanti per un profilo costiero così densamente abitato come quello
italiano.
“L’area che abbiamo studiato – spiega Silvia Ceramicola, ricercatore OGS e responsabile
scientifico della spedizione - va da Torre Pali fino a Taranto sul versante pugliese, e da
Scanzano Jonico fino al Golfo di Squillace sul versante calabro-lucano, coprendo una
superficie di circa 7500 km2. In questo mese di indagini sottomarine abbiamo rilevato
morfologie caratteristiche di diversi ambienti marini, alcune delle quali mai osservate
prima o di cui si aveva solo un vago sospettoâ€. Ciò è stato possibile grazie ai metodi di
indagine ad alta sensibilità impiegati, come l’ecoscandaglio multifascio. “Si tratta di una
tecnica che si basa sull’invio di un treno di impulsi acustici sul fondo del mare seguito
dal successivo recupero delle eco di ritorno, che nel complesso formano quella che in
termine tecnico si chiama una “spazzata†di segnali trasversale alla nave. In tal modo si
disegna la batimetria, cioè il profilo del fondale marino†ha precisato Andrea Cova, capo
missione della spedizione e tecnologo in OGS.
Una prima scoperta biologica ha riguardato la costa pugliese: “A largo di questa costa –
dice Ceramicola - sono stati identificati banchi carbonatici molto probabilmentecostituiti da coralli bianchi già individuati a Santa Maria di Leuca, che si pensava non
esistessero più. Si tratta di ecosistemi delicati che si sviluppano solo con temperature e
nutrienti particolari. Non sono direttamente correlati a condizioni di criticità del
fondale, ma piuttosto rappresentano zone da evitare se si ipotizza, per esempio, di
posare sul fondale marino pipeline od opere varie. Vanno evitati sia perché si tratta di
strutture intrinsecamente fragili, sia perché preziose in termini di biodiversità â€.
Una seconda serie di scoperte riguarda una grossa frana nel versante apulo, depositi
sedimentari tipici di correnti di fondo, piccole frane e zone di collassamenti minori. “Il
risultato di maggior rilievo di questa prima parte degli studi è stata l’acquisizione di dati
ad altissima risoluzione sui giganteschi canyon sottomarini che si sviluppano per decine
di chilometri arrivando, in alcuni casi, a poche decine di metri dalla costa, come per
esempio le strutture che occupano il Golfo di Squillace. Questi canyon sono in
retrogressione, cioè stanno arretrando lentamente e si fratturano, un comportamento
che va tenuto sotto controllo quanto più vicino alla costa si verificaâ€. Si è inoltre avuta
la prova che alcuni rilievi identificati in precedenza sono vulcani di fango, uno dei quali
– di fronte a Crotone – è risultato attivo e si è “esibito†in uno sbuffo di gas proprio
durante i rilevamenti.
“Abbiamo infine identificato frane a vari stadi di attività , strati piegati con inclinazioni
improbabili, troncati, erosi, faglie da cui esce gas†dice ancora Ceramicola. “Ma siamo
solo all’inizio: lo studio è destinato a durare quattro anni ancora. Fortunatamente,
grazie anche alle condizioni meteorologiche ottimali, la qualità dei dati ecometrici
raccolti è stata ottima e le informazioni geofisiche registrate sono state elaborate a
bordo da speciali software che permettono di osservare in tempo reale la batimetria e le
sezioni acustiche del fondale marino su cui si navigaâ€.
Le mappe batimetriche così realizzate sono le prime di una serie di 72 mappe in scala
1:50.000, che assieme ad altre carte tematiche formeranno la Carta degli Elementi di
Pericolosità dei Fondali Marini, strumento conoscitivo di cui il Dipartimento della
Protezione Civile si servirà per gestire il rischio territoriale legato alla presenza, in
Italia, di aree marine geologicamente complesse e ancora in parte sconosciute.
Per ulteriori informazioni:
Ufficio Stampa
Istituto Nazionale di Oceanografia
e di Geofisica Sperimentale
TRIESTE
Cristina Serra
E-mail: cserra AT inogs.it
mobile +39 338 4305210