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Grazie alla ricerca italiana scoperta una nuova malattia genetica e la sua causa

Individuata per la prima volta in una famiglia francese la mutazione di una proteina, responsabile dell’insorgere di una malattia intestinale sconosciuta.

Sarà pubblicato sul New England Journal of Medicine del 15 giugno uno studio che identifica e descrive per la prima volta una malattia genetica fino ad oggi sconosciuta causata da amiloidosi. Quest’ultima è un fenomeno patologico che determina la perdita di struttura in una data proteina, con la formazione di fibre allungate e robuste (fibrille amiloidi), che si depositano nell’organismo con effetti nocivi per gli organi interessati, e in ultima analisi per la salute generale.

Lo studio è stato coordinato dall’equipe del Prof. Vittorio Bellotti (Dipartimento di Medicina Molecolare Università di Pavia e Center for Amyloidosis and Acute Phase Proteins, University College London) nell’ambito di una collaborazione internazionale che include ricercatori Francesi, Inglesi, e il gruppo del Prof Mark Pepys del National Amyloid Centre dell’UCL di Londra. Il Laboratorio di Biologia Strutturale del Dipartimento di Bioscienze dell’Universita’ di Milano ha contribuito alla ricerca attraverso indagini bio-cristallografiche svolte dal Dr. Stefano Ricagno e dal Prof. Martino Bolognesi, e grazie al supporto della Fondazione Cariplo e del MIUR.

La scoperta è stata possibile a seguito della individuazione di alcuni componenti di una famiglia francese afflitti da problemi cronici di disfunzionalita’ intestinale ed elevato calo ponderale; i disturbi risultavano inoltre associati a problemi neurologici, tradottisi, nel corso degli anni, in numerosi decessi. L’insieme di questi eventi ha suggerito ai ricercatori del network internazionale citato la presenza di una malattia non descritta in precedenza. La successiva analisi biochimica di tessuti dei pazienti affetti (fegato, milza, reni, ghiandole salivari) ha evidenziato la presenza di fibrille amiloidi prodotte da una versione mutata della proteina umana beta-2 microglobulina, i identificando in questa forma mutata la responsabile dei sintomi sopra descritti.

Nell’ambito dello studio multidisciplinare, l’equipe dell’Università di Milano si è concentrata sulla caratterizzazione strutturale della forma mutata della beta-2 microglobulina attraverso diffrazione di raggi-X, per caratterizzarne le variazioni conformazionali indotte dalla mutazione patologica e la potenziale relazione con la formazione di fibrille amiloidi.

Numerose malattie sono riconducibili alla formazione di depositi amiloidi; alcune di queste, come la malattia d’Alzheimer, quella di Parkinson e il cosiddetto “morbo della mucca pazza”, sono largamente conosciute e caratterizzate. Tutte le malattie dipendenti da amiloidosi (27 note ad oggi), pur avendo cause e sintomi differenti, hanno in comune il meccanismo con il quale una proteina (diversa per ciascuna malattia) perde forma e funzione fisiologiche, e si deposita in ammassi fibrosi-amiloidi in diverse sedi dell’organismo. Queste malattie hanno un decorso progressivo, e molte di esse provocano gravi disturbi e la morte dei pazienti. Ad oggi non esiste una terapia risolutiva.

Dire quanto sia comune questa nuova malattia genetica è molto difficile - spiega il Prof. Bellotti -. In primo luogo non se ne conosceva fino ad oggi l’esistenza, perciò bisognerà analizzare altri casi, da individuare tra pazienti con sintomi intestinali analoghi e che non trovano diagnosi adeguata”.

Alla domanda se sia possibile oggi immaginare una strategia di cura per questa malattia, il Dr. Ricagno risponde con cautela. “Le malattie da aggregazione amiloide sono studiate da meno tempo rispetto alle malattie di origine virale o batterica. Nelle malattie da amiloidosi la comprensione dei meccanismi biochimici e biofisici con cui le molecole proteiche perdono la loro struttura e si aggregano in fibrille, è di fondamentale importanza; diversi aspetti (biochimico-fisici) sono stati chiariti, ma restano ad oggi molti punti oscuri, che limitano lo sviluppo di farmaci e terapie adeguate.”

“La caratterizzazione di questa nuova malattia sottende molti e diversi scenari – afferma il Prof. Bolognesi -. Da un lato, dimostra come la ricerca sulle malattie rare oltre a rispondere a motivazioni etiche possa avere importanti ricadute nella comprensione di malattie più comuni. Dall’altro, questa scoperta indica come i veri progressi nella ricerca scientifica odierna discendano da collaborazioni multi-disciplinari, in cui il crollo delle vecchie barriere tra discipline (Biologia, Chimica, Medicina, Fisica, Informatica) permette di spaziare su orizzonti scientifici vasti e con tempi di risposta competitivi. È fondamentale che il sistema Italia mantenga un livello di attenzione adeguato per la formazione e crescita della comunita’ scientifica, garantendo continuita’ ad esperienze come quella che ha portato alla pubblicazione sul New England Journal of Medicine”.

Per approfondire

Prof. Martino Bolognesi
Bioscience Department
University of Milano
Tel. +39 02 50314893
e-mail: martino.bolognesi AT unimi.it

Ufficio Stampa Università degli Studi di Milano
Tel. +39.02.50312983

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