Le origini di Lucy potrebbero essere state riscritte da antico cranio fossile


    Cranio quasi completo della specie Australopithecus Anamensis che è stato scoperto in Etiopia nel 2016. Credit: Dale Omori/Cleveland Museum of Natural HistoryIl cranio quasi completo della specie Australopithecus Anamensis che è stato scoperto in Etiopia nel 2016. Credit: Dale Omori/Cleveland Museum of Natural History.

     

    Un volto antico potrebbe gettare nuova luce sui nostri antichi progenitori. 

    Un gruppo di archeologi ha scoperto un cranio di un ominide datato 3,8 milioni di anni fa in Etiopia. Di un campione raro e  straordinariamente completo che potrebbe cambiare quello che sappiamo sulle origini di uno dei nostri più famosi antenati, Lucy.

     

    I ricercatori che hanno scoperto il cranio affermano che esso faccia parte della specie australopithecus anamensis, questo ha fornito agli scienziati un primo sguardo sulla rappresentazione del volto di questo ominide. Gli archeologi ritenevano che tale specie fosse antecedente la specie di Lucy australopithecus afarensis ma le caratteristiche scoperte nell'ultimo ritrovamento sembrerebbero suggerire che la specie Australopithecus Anamensis abbia condiviso per almeno 100000 anni lo stesso Panorama preistorico etiope della specie di Lucy.

     

    Tali caratteristiche hanno portato i ricercatori a pensare che l'albero evolutivo sia più complicato di quanto ritenuto finora, tuttavia altri ricercatori sostengono che tali prove non siano per nulla definitive e che sia necessario effettuare ulteriori studi.

     

    «I crani fossili degli ominidi rappresentano dei tesori eccezionalmente rari» scrive Carol Ward, paleoantropologo che non ha preso parte agli studi sul nuovo cranio fossile rinvenuto In Etiopia. «Tale campione rappresenta quello che stavamo aspettando da tempo come ricercatori».

    I risultati delle analisi effettuate sul cranio fossile sono stati pubblicati sulla rivista Nature.

     

    Un campione straordinariamente conservato

    Gli esemplari della specie Australopithecus Afarensis sono vissuti nella parte est dell'Africa durante il periodo compreso tra 4 e 3 milioni di anni fa. Ciò è importante per la comprensione dell'evoluzione degli esseri umani poiché tale specie potrebbe essere stata la specie simile ai primati il vero genere umano, Homo che si è evoluto circa 2,8 milioni di anni fa.

    Una transizione graduale da Australopithecus Anamensis verso Australopithecus Afarensis?

    Durante gli ultimi decenni i ricercatori hanno analizzato dozzine di frammenti di fossili di australopitechi sia in Etiopia sia in Kenya, tali fossili sono stati datati oltre 4 milioni di anni. Diversi ricercatori ritengono che questi antichi fossili appartengano alla specie più antica, Australopithecus Anamensis. È opinione comune tra i ricercatori che la specie Australopithecus Anamensis si sia gradualmente trasformata nella specie Australopithecus Afarensis, ciò comporterebbe il fatto che le due specie non siano mai coesistite.

     

    Il cranio ominide di 3,8 milioni di anni fa scoperto durante gli scavi presso il sito chiamato Woranso-Mille in Etiopia adesso sembrerebbe rimettere tutto in discussione. Un team di paleoantropologi coordinati da Yohannes Haile-Selassie del Cleveland Museum of Natural History in Ohio ha scoperto il campione fossile chiamato cranio MRD nel 2016.

     

    Le caratteristiche della mandibola e dei denti del fossile sembrerebbero indicare che esso appartenga alla specie Australopithecus Anamensis. Si tratta di una conclusione importante perché, finora, i ricercatori hanno trovato soltanto alcuni frammenti di crani appartenenti alla specie Australopithecus Anamensis.

     

    «Lo stato di conservazione dei campioni è veramente eccezionale» scrive Stephanie Melillo, antropologa presso il Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology in Leipzig, Germania che non ha preso parte agli studi sul cranio scoperti In Etiopia. 

    Il cranio è stato rinvenuto in due grossi pezzi, una cosa alquanto misteriosa e improbabile per un campione fossile così antico. «Siamo stati veramente molto fortunati con questo ritrovamento».

     

    l famoso fossile Lucy, Australopithecus Afarensis potrebbe davvero aver convissuto con un'altra specie antica di ominidi. Credit: Edwin Remsberg/Alamy.Immagine 2 - il famoso fossile Lucy, Australopithecus Afarensis potrebbe davvero aver convissuto con un'altra specie antica di ominidi. Credit: Edwin Remsberg/Alamy.

     

    Coesistenza tra due o più specie?

    I risultati rendono possibile la rivalutazione di altri fossili facciali di australopitechi inclusa la fronte di un cranio datata 3,9 milioni di anni fa rinvenuta in Etiopia negli anni '80.

    Finora non era ancora chiaro se questo frammento appartenesse alla specie Australopithecus Afarensis oppure alla specie Australopithecus Anamensis. Ma adesso i ricercatori sono stati in grado di mostrare che il frammento è in posso delle caratteristiche già viste nei crani della specie Australopithecus Afarensis ma che sono risultati assenti nel cranio MRD

    Assumendo che il frammento della fronte del cranio sia appartenuto a un individuo appartenente alla specie Australopithecus Afarensis e che il cranio MRD sia appartenuto a un individuo della specie Australopithecus Anamensis i ricercatori suggeriscono che le due specie potrebbero aver convissuto nella stessa regione per un periodo di tempo di almeno 100000 anni.

    Un evento di speciazione all'origine della nuova specie? 

    I ricercatori coordinati da Haile-Selassie sostengono che la specie a cui è appartenuta Lucy si sia evoluta a partire dalla specie Australopithecus Anamensis. I ricercatori ritengono che tale evoluzione sia avvenuta attraverso un "evento di speciazione": forse un piccolo gruppo di A. Anamensis divenuto geneticamente isolato dalla popolazione generale si è evoluto in A. Afarensis fino a superare la popolazione più ampia di A. Anamensis.

    Melillo ammette che sostenere un evento di speciazione locale piuttosto che la graduale trasformazione dell'intera popolazione potrebbe sembrare come spaccare un capello in quattro, tuttavia il ricercatore sostiene che capire esattamente come si sono evolute le specie di ominidi rappresenti un primo passo fondamentale per capire i motivi che hanno portato all’evoluzione e in che modo è avvenuto tale processo.

     

    Alcuni ricercatori sono pronti a considerare la possibilità che A. Afarensis e A. Anamensis coesistessero. «Si tratta di un'affermazione molto interessante», dice David Strait, paleoantropologo presso la Washington University di St Louis, Missouri, USA.

     

    Sia Strait sia Ward sostengono che le prove non siano ancora conclusive, poiché poggiano pesantemente solo su due fossili: il cranio MRD e il frammento di fronte fossile scoperto negli anni '80. Strait tuttavia ritiene possibile che i futuri reperti fossili potrebbero contribuire a consolidare tale teoria.

     

    Ominidi confinanti

    Tim White, paleoantropologo presso l'Università della California, Berkeley, USA sostiene che con prove così limitate è troppo presto per rivedere la nostra comprensione delle origini di Lucy. Tuttavia, tra i ricercatori sta diventando sempre più comune l’idea che due o più specie di ominidi siano convissute in uno specifico momento negli ultimi milioni di anni.

     

    Haile-Selassie scrive che più specie di ominidi potrebbero essere coesistite nel periodo di tempo che va tra i 3 milioni e i 4 milioni di anni fa, questo non solo a causa del cranio MRD. Nel 2012, il ricercatore e i suoi colleghi hanno descritto un piede fossile con alluce opponibile di ominide datato 3,4 milioni di anni scoperto presso il sito Woranso-Mille.

    Tale caratteristica non è presente negli ominidi conosciuti per essere vivi in quello specifico momento, questo implica che il piede sia appartenuto a una specie misteriosa ma distinta che ha condiviso il paesaggio preistorico.

     

    «Le scoperte del sito Woranso-Mille hanno dimostrato chiaramente che c'erano più specie precoci di ominidi», scrive Haile-Selassie.

     

    Riferimenti

    1. Haile-Selassie, Y., Melillo, S. M., Vazzana, A., Benazzi, S. & Ryan, T. M. Nature https://doi.org/10.1038/s41586-019-1513-8 (2019).

     



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