Nuovo tipo di 'vaccino' insegna al sistema immunitario come distruggere i tumori


    Alcuni ricercatori americani hanno ideato un nuovo tipo di immunoterapia contro il cancro attraverso l'iniezioni di una serie di stimolanti nei tumori. La terapia sperimentale è in grado di attirare l'attenzione del sistema immunitario del corpo in modo da attivarlo per distruggere le masse tumorali.

    Immagine - rappresentazione artistica di cellula di tipo T. Credits: Design Cells/iStockImmagine - rappresentazione artistica di cellula di tipo T. Credits: Design Cells/iStock

    Risultati promettenti sul linfoma non Hodgin

    I risultati del nuovo approccio radicale si sono già dimostrati promettenti nei pazienti con una forma avanzata di Linfoma non Hodgkin (LHN, tumore maligno che trae origine dai linfociti di tipo B e T) che resiste ai trattamenti convenzionali. Tale approccio è attualmente in fase di sperimentazione su una varietà di tumori molto resistenti.

    Ciò che stanno ottenendo i ricercatori potrebbe essere descritto come un modo per trasformare i tumori in  "fabbriche di vaccini antitumorali". Infatti l'approccio utilizzato dai ricercatori fa in modo che le cellule immunitarie del corpo vengano attirate proprio sulla zona dove si trova il cancro, tale metodo è noto come vaccinazione in situ (il termine in situ viene utilizzato per definire un tumore maligno che è al suo stadio iniziale, quando ciè coinvolge soltanto le cellule da cui trae origine e non si è diffuso verso i tessuti vicini).

    I ricercatori della scuola di medicina Monte Sinai a New York hanno sviluppato la tecnica di immunizzazione nel tentativo di capire perché l'immunoterapia delle cellule di tipo T rappresenti un qualcosa di totalmente imprevedibile.

    Gli scienziati stanno cercando di utilizzare i globuli bianchi per uccidere il tessuto tumorale rendendo quest'ultimo riconoscibile dal sistema immunitario. I ricercatori stanno cercando di marcare il tessuto tumorale con l'equivalente chimico della foto di un ricercato facendo rilasciare le cellule del sistema immunitario alla ricerca del loro bersaglio.

    Nella pratica, ottenere una cellula di tipo T che sia in grado di riconoscere il cancro non è un affare semplice, anzi.

    I tumori utilizzano dei sistemi di travestimento difficili da individuare

    Purtroppo, i tumori utilizzano un insieme astuto di travestimenti chiamati blocchi checkpoint (un checkpoint è un punto nel ciclo cellulare nel quale le cellule eucariotiche controllano di avere completato correttamente la fase precedente prima di iniziare la fase successiva). I blocchi checkpoint sono le firme sulla membrana della cellula che dicono al sistema immunitario che si tratta soltanto di una normale vecchia cellula e di ignorarla.

     

    L'immunoterapia dei blocchi checkpoint inibisce queste firme per consentire alle cellule di tipo T di fare il loro lavoro. Ma ancora una volta, non tutti i tumori rendono questo processo facile. Un tipo incurabile di tumore del sangue chiamato linfoma non Hodgkin indolente (tumore che cresce lentamente quindi indolente, a basso grado di malignità) ne è un esempio.

    La terapia con le cellule di tipo T dovrebbe essere utilizzabile per la maggior parte dei tumori. Sfortunatamente le cellule di tipo T incontrano delle difficoltà proprio nel riconoscere questo particolare tumore del sangue.

    Come innescare le cellule del sistema immunitario per riconoscere il linfoma non Hodgin indolente?

    Per arrivare al fondo della questione, i ricercatori della scuola di medicina Monte Sinai a New York hanno esaminato in che modo è possibile innescare le cellule del sistema immunitario per far sì che esse siano in grado di riconoscere facilmente il linfoma non Hodgkin indolente in laboratorio, mentre all'interno del corpo umano è richiesto un processo più profondo noto come Cross-presentazione.

    Le differenze sembrerebbero suggerire che le cellule di tipo T hanno soltanto bisogno di una mano. La cross-presentazione richiede un primer intermedio chiamato cellula dendritica per presentare marcatori cellulari specifici verso cellule di tipo T tossiche. Fortunatamente la cross-presentazione può essere richiamata utilizzando i tipi di stimolanti corretti.

    Uno stimolante è necessario per chiamare le cellule dendritiche verso il tumore. Un secondo stimolante mette le cellule in azione, incoraggiandole a presentare segnali chimici chiamati antigeni sulla loro superficie - proprio come se si trattasse di un ricercato! Dei veri e propri manifesti che raccontano alle altre parti del sistema immunitario che cosa cercare.

     

    Questi due stimolanti, iniettati in un tumore con qualche radioterapia localizzata, potrebbero potenzialmente trasformare la crescita di una massa tumorale in un sistema che uccide se stesso.

    La terapia è stata messa alla prova in uno studio clinico composto da 11 pazienti in stadi avanzati di linfoma non Hodgin indolente e ha indotto entrambe le risposte di cellule di tipo T antitumorali; ci sono stati vari gradi di remissione lontano dalle zone di "vaccinazione".

    Non si tratta di una buona notizia solo per i pazienti con linfoma non Hodgin, il successo potrebbe essere applicabile (almeno in teoria) ad altri tumori.

    «L'approccio vaccinale in situ potrebbe avere ampie implicazioni per diversi tipi di tumore» scrive Joshua Brody, direttore del programma di immunoterapia del linfoma presso la scuola di medicina Monte Sinai, New York, USA.

    «Questo metodo potrebbe inoltre far aumentare il successo di altre terapie immunoterapiche come il blocco dei checkpoint» prosegue Brody.

    I risultati conseguiti sui modelli murini

    Inoltre, i topi sono diventati sensibili alla terapia dei blocchi dei checkpoint quando è stata combinata con il "vaccino", questa parte deve ancora essere testata sugli esseri umani. Nei topi la combinazione ha raddoppiato la remissione del tumore passando dal 40% all'80% circa.

    Questa impressionante combinazione è attualmente in fase di valutazione clinica sui pazienti con linfoma, tumore al seno e tumore alla testa e al collo. Nel frattempo i test che coinvolgono il vaccino in proprio sono condotti su individui con tumore al fegato e alle ovaie.

    La strada da percorrere è ancora molto lunga prima di poter aggiungere questo strumento all'arsenale di trattamenti già in uso contro il cancro.

    Tuttavia, questi primi risultati lasciano ben sperare. Forse in futuro sarà possibile utilizzare un nuovo trattamento contro una malattia dalla crescita lenta ma mortale, attualmente considerata incurabile.

    Il tempo dirà se la terapia in fase di sperimentazione aiuterà a prolungare la durata della vita dei pazienti oncologici in maniera considerevole. Purtroppo l'unica cosa certa che sappiamo sui tumori è che raramente il lavoro dei ricercatori riesce a ucciderli così facilmente.

    Lo studio "Systemic clinical tumor regressions and potentiation of PD1 blockade with in situ vaccination" è stato pubblicato sulla rivista Nature Medicine.



    Newsletter

    Resta informato con le nostre notizie periodicamente