Andrea Marini è Professore Ordinario di Psicologia Generale, insegna Psicologia del Linguaggio e Neuroscienze Cognitive dell'Università degli Studi di Udine ed è membro del Consiglio di Dottorato in Neuroscienze Cognitive. Il Prof. Marini è stato Visiting Professor presso la East Carolina University (USA) e rappresentante per l’Italia nella EU COST Action IS1406 (Enhancing children's oral language skills across Europe and beyond, progetto di ricerca europeo che ha avuto come obiettivo quello di ottimizzare l'efficacia dei trattamenti logopedici e linguistici e condividere le migliori pratiche cliniche e di ricerca in tutta Europa e nel mondo). Autore di oltre 100 pubblicazioni e relatore su invito a oltre 200 convegni.
Introduzione
Recentemente il gruppo di ricerca coordinato dal Prof. Marini ha compiuto un passo in avanti nella diagnosi precoce delle patologie neurologiche, il team ha sviluppato e standardizzato un test innovativo per valutare le abilità discorsive in adulti sani e con disturbi neurologici. Abbiamo chiesto al Prof. Marini di spiegarci meglio i risultati conseguiti attraverso il suo studio e i prossimi passi sul piano della ricerca scientifica.

Immagine - Andrea Marini - Photo Credits: Università degli studi di Udine
D1. La procedura MLA esiste da oltre un decennio e lei la applica in contesti clinici diversi (afasia, trauma cranico, deterioramento cognitivo lieve ecc.) cosa mancava, fino a questo studio, per renderla pienamente utilizzabile nella pratica clinica quotidiana? In concreto, cosa faceva un clinico italiano fino ad oggi quando sospettava un declino linguistico precoce in un paziente?
Andrea Marini:
Nell'ambito della mia attività di ricerca i primi passi verso lo sviluppo di questa procedura multilivello dell'eloquio narrativo (MLA: Multilevel Linguistic Analysis) sono stati compiuti nei primi anni 2000 quando, allora dottorando supervisionato dal Prof. Sergio Carlomagno, ho compreso che la valutazione delle abilità linguistiche in pazienti con disturbi neurologici congeniti o acquisiti era estremamente grossolana e inadeguata a cogliere la reale complessità che si cela dietro le abilità comunicative e linguistiche di una persona. Fino a quegli anni, in effetti, la procedura standard consisteva prevalentemente nell'accertarsi se il paziente fosse in grado di produrre, comprendere e ripetere semplici parole o frasi.
Tuttavia, il linguaggio è molto più di questo. Il linguaggio è anche pragmatica (la capacità di calibrare la comunicazione sulla base dei nostri interlocutori e contestualizzare quanto ci viene comunicato), abilità discorsiva (la capacità di organizzare i contenuti delle frasi in modo da collegarli tra loro rispettando vincoli linguistici e concettuali), memoria, attenzione, controllo motorio, ecc...
La MLA è una procedura che permette di valutare le reali abilità linguistiche dei pazienti integrando queste informazioni tra loro. Per renderla pienamente utilizzabile nella pratica clinica quotidiana mancavano fino ad ora essenzialmente due cose.
Una standardizzazione accurata e la possibilità di rendere parzialmente automatico il processo di trascrizione e analisi. Lo studio appena pubblicato sul Journal of Neurolinguistics va esattamente in questa direzione. Avendo raccolto dati relativamente a centinaia di persone dai 20 ai 90 anni siamo in grado ora di sapere, in media, cosa aspettarci durante un compito di produzione narrativa in termini di produttività (ad es. quante parole al minuto dovrebbero essere prodotte ad una certa età), elaborazione lessicale e grammaticale (quanti errori nella produzione delle parole e quante frasi grammaticalmente ben formate) ed elaborazione pragmatica e discorsiva (ad es. quante parole veramente adeguate al contesto dovrebbero essere prodotte ad una certa età e come dovrebbero essere organizzati gli enunciati).
Sull'aspetto dell'automatizzazione di questi processi siamo a buon punto grazie alla collaborazione con il dott. Francesco Petriglia che ha attualmente una borsa di ricerca all'Università di Torino.
D2. I dati mostrano che la coerenza del discorso (la capacità di tenere insieme il filo narrativo) comincia a deteriorarsi già intorno ai 60 anni, mentre la grammatica resta sostanzialmente intatta fino ai 70. Come si spiega questa dissociazione? Cosa può dirci sulla struttura del sistema linguistico che invecchia?
AM:
In una serie di studi recenti finanziati nell'ambito dei Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (PRIN 2022 PNRR) condotti in collaborazione con il gruppo di ricerca della Prof.ssa Francesca Marina Bosco dell'Università di Torino abbiamo potuto caratterizzare in modo approfondito gli effetti dell'invecchiamento sano sulle abilità di produzione del discorso narrativo.
Questi studi hanno ad esempio dimostrato che alcune funzioni cognitive (ad es. la capacità di mantenere un certo numero di informazioni contemporaneamente in memoria, l'abilità di tenere la nostra attenzione focalizzata su un compito per periodi prolungati e quella che permette di inibire l'eventuale produzione di informazioni non pertinenti durante la narrazione) tendono a indebolirsi con l'aumentare dell'età. In particolare, una lieve flessione si osserva intorno ai 60 anni mentre dopo i 75 anni molte di queste abilità presentano una sorta di scalino oltre il quale la performance in test che valutano questi aspetti tende a diventare meno efficiente.
Considerando che la capacità di produrre discorsi coerenti richiede molte di queste funzioni cognitive, non sorprende che proprio la capacità di mantenere la coerenza concettuale all'interno di una narrazione cominci a deteriorarsi prima delle abilità grammaticali.
D3. Può descriverci, anche con un esempio concreto, come cambia il parlato di una persona sana con un'età compresa tra i 40 e gli 80 anni? C'è una differenza che si percepisce "ad orecchio" oppure emerge solo attraverso l'analisi strumentale?
AM:
In realtà, il parlato tende a modificarsi in maniera relativamente evidente con l'aumentare dell'età. Tutti noi abbiamo avuto esperienza di conversazioni con persone anziane notando che il loro eloquio è spesso ripetitivo, ridondante, spesso parlano non arrivando al punto e producendo troppe informazioni difficilmente conciliabili con il flusso del discorso.
Quello che la MLA riesce a fare, è appunto la quantificazione di questi comportamenti discorsivi che, a sensazione, tutti noi riconosciamo nelle persone anziane. Ovviamente, avendo dati normativi su queste abilità ora possiamo quantificare in maniera adeguata e replicabile tali carenze determinando se una persona di una certa età presenti tali caratteristiche in un modo che rifletta la sua età oppure in un modo eccessivamente marcato rispetto alla sua età.
Nel secondo caso ci troviamo di fronte a difficoltà non tipiche per una persona di una specifica età.
D4. C'è un risultato di questo studio che l'ha sorpresa, qualcosa che non si aspettava di trovare nei dati?
AM: Più che sorpreso, sono rimasto colpito dalla profonda interazione tra funzioni cognitive, capacità di mettersi nei panni degli altri e produrre discorsi informativi e pertinenti.
D5. Lo studio mostra che un livello d'istruzione più elevato attenua il declino della coerenza locale, ma non lo elimina. Questo effetto protettivo vale solo per gli anni che rientrano nel periodo della vita di un individuo nell'istruzione formale, oppure ci sono attività cognitive o comunicative (lettura, scrittura, conversazione complessa) che possono esercitare un ruolo simile anche in età adulta avanzata?
AM: Un aspetto particolarmente interessante di queste ricerche riguarda la possibilità di individuare dei fattori protettivi che consentano di mitigare gli effetti del declino cognitivo che si manifesta gradualmente con l'avanzare dell'età. In particolare, tanto nello studio in questione quanto in un secondo studio pubblicato alcuni mesi fa sempre sul Journal of Neurolinguistics abbiamo potuto mostrare come le attività svolte dalla persona nell'arco della sua vita, non solo gli anni di scolarizzazione formale ma anche l'insieme di cose studiate nel corso della vita (il cosiddetto life-long learning), il fatto di impegnarsi in attività di vario tipo, da quelle lavorative a quelle di più ampio respiro (ad es. avere una vita sociale ricca, andare al cinema o al teatro, frequentare musei, gestire le attività famigliari, perfino il fatto stesso di praticare attività sportiva, leggere e viaggiare), forniscano una vera a propria riserva cognitiva, un serbatoio potenziato di risorse la cui ampiezza permette di mitigare gli effetti del declino cognitivo indotto dall'avanzare dell'età.
D6. Per quali patologie neurologiche questi dati normativi potrebbero cambiare di più la pratica clinica nei prossimi anni? Quanto è realistico pensare che una valutazione del parlato narrativo entri di routine nel percorso diagnostico di un paziente con sospetto deterioramento cognitivo lieve o con Alzheimer in fase iniziale?
AM: In effetti, questo tipo di valutazione è già entrata nella pratica clinica/sperimentale.
Il mio gruppo di ricerca ha negli anni applicato la tecnica determinando in modo molto accurato le reali abilità linguistiche e comunicative in una varietà di condizioni patologiche, da persone con afasia a persone con lesioni all'emisfero destro, passando per i disturbi psichiatrici e le patologie neurodegenerative come l'Alzheimer.
In uno studio condotto alcuni anni fa in collaborazione con la SOC di Neurologia dell'Ospedale Cattinara di Trieste abbiamo ad esempio dimostrato che la valutazione dell'eloquio dei pazienti con disturbo cognitivo lieve poteva discriminare tra persone che avevano solo un disturbo lieve da quelle che purtroppo avrebbero sviluppato la Demenza di Alzheimer.
Al momento, sono impegnato con i colleghi dell'Università di Torino (prof.ssa Francesca Marina Bosco), dello IUSS di Pavia (prof. Christian Salvatore) e il CNR (prof. Antonio Cerasa) nella stesura di un progetto volto a sviluppare un sistema di IA in grado di identificare i marker comunicativi (discorsivi e pragmatici), cognitivi, biologici e neurobiologici che permettano di intercettare precocemente quei pazienti con disturbo cognitivo lieve che svilupperanno Alzheimer.
In questo contesto testeremo anche l'efficacia di un protocollo comportamentale di potenziamento delle abilità comunicative di questi pazienti.
Questa linea di ricerca è particolarmente importante considerando i recenti sviluppi che stanno portando a innovativi farmaci in grado di rallentare il decorso della malattia.
D7. Questi dati normativi sono calibrati sulla lingua italiana. Quanto è probabile che le soglie di transizione che sono state identificate (ad esempio il calo marcato dopo gli 83 anni) siano universali, o dipendano invece dalla struttura della lingua e dal contesto culturale? Esistono già collaborazioni con altri gruppi di ricerca internazionali per replicare questo framework in altre lingue?
AM: Anche questo è un aspetto molto interessante. A questo riguardo stiamo conducendo con altri gruppi di ricerca internazionali (ad esempio con l'Université de Montreal in Canada e l'Università di Zagabria, in Croazia) studi cross-linguistici (che cioè confrontano soggetti che parlano lingue diverse) in cui andiamo a valutare l'impatto della lingua sulle misure ottenute su pazienti e persone sane. Studi simili sono già stati condotti con pazienti statunitensi (in collaborazione con l'East Carolina University) e russi (in collaborazione, prima dello scoppio della guerra, con l'Università di Kazan in Tatarstan). Altri studi sono in fase di pianificazione (ad esempio con l'Università del Queensland in Australia). Studi che comparino gli effetti della lingua parlata dai pazienti sulle misure ottenibili con l'analisi multilivello sono fondamentali per determinare la reale efficacia di queste valutazioni.
D8. Qual è il passo successivo sul piano della ricerca? Se dovesse immaginare questi strumenti utilizzati in un ambulatorio di neurologia come routine quotidiana tra cinque anni come cambierebbe concretamente il percorso di un paziente?
AM: Come accennato in precedenza, stiamo sviluppando sistemi automatizzati sempre più efficienti per valutare le abilità di produzione discorsiva di persone sane e con disturbi. Al momento, il maggiore ostacolo nella pratica clinica riguarda il fatto che tali strumenti sono per lo più basati su notevoli conoscenze che il valutatore (neuropsicologo e/o logopedista) deve possedere per effettuare un'analisi accurata dell'eloquio. Si pone poi il problema delle tempistiche dell'analisi che, se lasciata in modalità "manuale", sono eccessivamente lunghe. L'automatizzazione (per ora parziale, in un futuro non lontano quasi totale) dei processi di trascrizione, analisi e inserimento del dato in un sistema di calcolo dedicato permetterà di superare queste difficoltà.



Intervista al Prof. Liangbing produzione legno trasparente
Intervista ad Andrea Mari ed Eleonora Grespan CNR
Intervista Ivana Vobornik: da superfici materiali a innovazioni nanotecnologiche
Intervista a Fabrizio Nestola Unipadova - Ecco dove nascono i diamanti
Virus negli abissi marini - Intervista a Gian Marco Luna ed Elena Lara dell’ISMAR-CNR