Un Filosofo tra i Cibernetici


    Teoria dei Sistemi e Cibernetica, indispensabili nello studio dei sistemi complessi e dei fenomeni emergenti, non possono ridursi ad un insieme di strumenti, ma implicano la necessità di adottare un nuovo modo di guardare il Mondo dott.ssa Chiara Colombo

    Introduzione

    La storia del concetto di emergenza e quella di una sua possibile definizione s’intrecciano nel corso dell’evolversi del tempo e degli studi effettuati in ambito scientifico.

    Si parte dall’osservazione del fenomeno in campo fisico-matematico per arrivare ai giorni nostri ad una visione maggiormente interdisciplinare del concetto.

    Un elemento comune agli innumerevoli ambiti in cui oggi il fenomeno è studiato si può ritrovare nella teoria sistemica, in particolare per quanto riguarda i sistemi complessi che hanno alcune caratteristiche intrinseche e necessarie (anche se è ancora da stabilire in quale misura sufficienti) per la nascita e lo svilupparsi dell’emergenza stessa.

    Quando parliamo di emergenza, che pure è un concetto datato, la conoscenza di molti si ferma ad una vaga idea, qualcosa che indica genericamente "una qualità dei sistemi complessi".

    Questa è del resto l’idea che io stessa avevo del problema all’inizio della mia ricerca, che si è configurata come un’indagine filosofica tra coloro che praticano la teoria dei sistemi e la cibernetica nel tentativo di caratterizzare la specificità di un "pensare sistemico" che costituisce l’elemento di novità epistemologica che unisce studiosi di varia provenienza, dalla fisica allo studio dei sistemi cognitivi e biologici, fino all’economia ed alla sociologia.

    L’AIRS

    L’AIRS, (Associazione Italiana Ricerca Sistemi) è la prima e l’unica associazione italiana ad occuparsi effettivamente di sistemica, senza nessuno scopo professionale od accademico.

    Tutto il materiale e gli scambi che vengono effettuati all’interno dell’associazione non sono a provvigione di alcun privato, nè di aziende nè di scuole.

    Per questo l’unico scopo dell’associazione è uno scambio libero di cultura a favore di tutti coloro che ne sono interessati.

    All’associazione dunque partecipano, e possono partecipare, tutti coloro che abbiano un interesse particolare per argomenti che riguardino appunto la complessità.

    L’AIRS infatti non è che "un episodio, un evento, di materializzazione del movimento del pensiero riferentesi alla Sistemica (le citazioni sono tratte dai documenti programmatici dell’Associazione Italiana Ricerca Sistemi, disponibili sul sito airs.

    La conoscenza umana ha avuto sempre un certo interesse nello spiegare certi tipi di comportamenti attraverso relazioni e interazioni "tra oggetti", ai giorni nostri però "la conoscenza umana si è spostata dall’interesse per gli oggetti, per insiemi, ai sistemi emergenti dall’interazione tra elementi".

    L’AIRS è nata così in questo frangente, in un periodo in cui il pensiero e l’interesse scientifico sono passati dall’analizzare il singolo elemento ("l’oggetto") che componeva la realtà al dare un peso rilevante alle interazioni tra questi oggetti.

    L’AIRS, tra le altre associazioni, tende ad occuparsi di varie problematiche analizzando temi più disparati e beneficiando di punti di vista disciplinari differenziati e diversificati, provenienti dall’apporto di ciascun membro partecipante.

    Il pensiero sistemico è cresciuto e si è sviluppato secondo un percorso evolutivo che l’AIRS schematizza in varie fasi che vanno dalla multidisciplinarietà alla transdisciplinarietà.

    Prima che la Sistemica nascesse, tutto si riportava alla monodisciplinarietà.

    La monodisciplinarietà costituisce l’approccio più primitivo ai problemi, basandosi sulla separazione, l’isolamento del problema da studiare, la specializzazione: l’attenzione all’oggetto, l’insistere sul componente e l’oggettivismo sono gli schemi di pensiero dominanti.

    Più avanti ci si è resi conto della necessità di superare questo approccio, che poteva essere un limite, il che non significa negare la peculiarità dei punti di vista, infatti:

    la necessità di superare le specializzazioni non significa affatto negarle o respingerle ma si riferisce sia al loro utilizzo sia alle modalità della loro generazione; si potrebbe dire che va a costituirsi il "tessuto connettivo ospitante" quasi come una nuova disciplina, una "disciplina delle discipline".

    Si è aperto così il cammino che ha seguito il pensiero sistemico, caratterizzato da tre fasi. Al centro di tutto questo sta l’importanza dell’uomo che è costruttore e generatore attivo dei diversi tipi di conoscenza. Le tre fasi vengono così descritte:

    La multidisciplinarietà si basa su più discipline accostate l’una all’altra, gestire da un regista guidato da una finalità ben precisa (solitamente è il manager o l’imprenditore stesso). Ad esempio, nell’affrontare le problematiche delle telecomunicazioni secondo un approccio manageriale classico, vi è accostamento di problemi e competenze dell’ingegneria, della giurisprudenza, dell’economia e della fisica comunicanti tra loro limitatamente al problema da risolvere;

    L’interdisciplinarietà si basa su discipline dialoganti tra loro, per cui un problema dell’una diventa un problema dell’altra; vi è una comunicazione di metodi e categorie di pensiero. Spesso l’interdisciplinarietà porta alla definizione di discipline plurivalenti (la multidisciplinarietà), dove discipline teoricamente alleate hanno l’innata volontà di colonizzare campi del sapere.

    Spesso l’interdisciplinarietà è un fatto culturale mirante alla generazione di sintesi tra discipline; essa diviene così un’estensione della multidisciplinarietà;

    La transdisciplinarietà non ha al suo centro "l’ansia cognitiva" oggettivisticamente intesa, ma l’uomo, teoricamente e non concessivamente.

    Il sapere mefistofelico ed oggettivistico è abbandonato (è riconosciuta la limitata potenza realizzatrice di tale strategia), l’uomo è riconosciuto come generatore di teorie e di realtà più che scopritore.

    La centralità teorica e non concessiva dell’uomo cancella "l’illusione deterministica" con più evidenza anche nelle discipline dove l’uomo svolge una parte attiva nei processi e non è silente osservatore o perturbatore: egli passa da un ruolo passivo ad uno attivo.

    Questo modo di operare permette di raggiungere realizzazioni impensabili con il classico approccio disciplinare, ad esempio nel campo della linguistica (elaborazione semantica), nella medicina e nella didattica.

    L’AIRS si propone di "attivare e supportare la ricerca e l’interazione tra persone" per quanto riguarda i temi della sistemica.

    In particolare vengono forniti degli spunti interessanti non solo per ciò che riguarda il pensiero sistemico in generale, ma per quanto riguarda il tema dell’emergenza.

    Ritengo ai fini della trattazione molto utili in questo contesto due contributi pubblicati sul sito dell’AIRS:

    quello di Eliano Pessa e quello di Gianfranco Minati.

    Il primo propone una sorta di "Manifesto dell’Emergenza".

    In tale Manifesto vengono posti dei quesiti generali sul fenomeno e l’idea particolare è quella di proporre una ricerca di risposte che comprendano i diversi punti di vista delle varie discipline.

    Lo stesso Pessa non ha delle risposte pre-confezionate, è la comunità che forse un giorno potrebbe arrivare a delle "soluzioni".

    Importante è però il fatto che Pessa proponga tre punti di partenza per affrontare le diverse argomentazioni possibili: il livello del meta-modello, il livello del modello ed infine il livello fenomenologico.

    Si ricorda la definizione data da Pessa:

    • Il livello fenomenologico:

      osserviamo e descriviamo il particolare comportamento di un particolare sistema, la quale natura deve essere definita in anticipo in una maniera dettagliata, come funzione di un particolare obbiettivo dell’osservatore.
    • Il livello del modello:

      in questo livello si costruisce il modello di un sistema dato o di una predefinita classe di sistemi e utilizziamo la matematica per derivare dal modello stesso precise previsioni sul comportamento del sistema.
    • Il livello del meta-modello:

      in questo livello ragioniamo circa le proprietà generali di un’estesa classe di modelli, lasciando alle teorie della complessità il compito di descrivere le caratteristiche generali che caratterizzano ogni modello della classe, indipendentemente dal settore scientifico a cui essi appartengono.

    Una delle questioni rilevanti che Pessa pone riguarda la possibilità di trovare una definizione generale di emergenza.

    Ciò non è sempre facile in quanto ognuno parte a dare una definizione dal concetto in base al campo disciplinare in cui è immerso ed agli interessi che lo spingono ad affrontare l’argomento.

    Non c’è una definizione "univoca", "da manuale" del fenomeno.

    Forse il concetto potrebbe essere sintetizzato nel famoso slogan: "Il tutto è maggiore della somma delle sue parti", ma, a ben vedere, non è possibile ritenere questa una illustrazione del tutto esaustiva.

    Da diversi studi si è arrivati a concludere che l’emergenza è una totalità che è si maggiore della somma delle sue parti, ma deve avere due caratteristiche particolari: non deve essere un’entità predata e deve avere vita lungo un arco di tempo non statico.

    A proposito della necessità di trovare definizioni Minati, altro membro dell’AIRS, insiste sul fatto che sarebbe utile ricercare un "linguaggio" comune tra tutti i settori disciplinari e le associazioni che si occupano di complessità, perché la sistemica è appunto qualcosa che va oltre la singola particolarità.

    Non si deve però porre esclusivamente attenzione al vocabolario in sé, ma parlare invece di quello che io definisco il "pensare" comune.

    Trovare un linguaggio comune per descrivere il fenomeno dell’emergenza non significa necessariamente servirsi dello stesso vocabolario, bensì avere uno stesso modo di ragionare, essere in grado di attuare il pensiero ed il pensare sistemico.

    Minati sostiene che se il linguaggio umano è suddiviso in differenti linguaggi specifici riguardanti una differente complessità di sintattica e di semantica, (ci sono, per fare degli esempi, linguaggi a differenti piani di espressione, ad esempio la matematica, la psicologia, la musica...).

    Nonostante ciò i vari "alfabeti" possono mantenere il loro "status" non intaccando la loro essenza e riuscendo comunque a "comunicare" tra loro.

    E’ possibile che ciò accada grazie al fatto che ogni disciplina ha sì i suoi codici specifici di comunicazione, ma ci sono certe parti del linguaggio che rimangono invariate da disciplina a disciplina.

    Possiamo riscontrare due alternative quando si tratta di analizzare il modo in cui campi e discipline diverse tentano non solo di affrontare un argomento in comune, ma anche di condividerlo.

    Da una parte un processo, un evento, potrebbe essere descritto efficacemente o usando il linguaggio specialistico del campo a cui si riferisce, per poi tradurlo in un linguaggio il più possibile comune (in questo modo ci sarebbe l’opportunità di rendere partecipi i vari campi di ricerca del proprio lavoro in contesti che si servono di linguaggi differenti).

    Dall’altra parte il processo potrebbe essere riconosciuto come avvenimento che ha luogo in differenti forme e contesti anche se non c’è a priori un’espressione linguistica come strumento per descriverlo e per poterlo poi comprendere.

    L’emergenza è uno di questi processi, è stata identificata in diversi campi e descritta con diversi linguaggi, anche se alcuni ritengono sarebbe opportuno avere un linguaggio comune per tutte le discipline che ne trattano.

    L’idea di avere un linguaggio comune potrebbe sembrare quasi un sogno, ma ciò che è veramente necessario è più di tutto imparare ad avere un pensiero comune trasversale.

    Minati introduce con un suo contributo la differenza tra "conoscenza" e "conoscenza sistemica": nel primo caso quando scopriamo/inventiamo una regola efficace essa viene applicata, per com’è, in differenti contesti Nel secondo caso i principi e le idee applicate a differenti contesti danno origine portano alla nascita di formulazioni diverse, a seconda del campo di cui ci si occupa.

    Essere sistemici è importante perché consente di andare oltre agli strumenti e a i linguaggi utilizzati, di non concentrarsi solo su quelli ma capire che il centro di tutto è l’essere umano, il ricercatore che crea dei ponti tra i diversi risultati dei differenti campi disciplinari, come dice Minati infatti:

    Le relazioni non hanno significato in se stesse, esse devono stare tra le conoscenze acquisite come ponti tra due terre ben conosciute.

    In questo caso le relazioni diventano conoscenza sistemica e possono produrre, in contesti differenti da quello originale, problemi, soluzioni, metodi e approcci.

    Il fatto che non si riesca a trovare facilmente un linguaggio comune così palese ci riporta al constatare come non ci sia una definizione univoca del concetto di emergenza, ma fa anche notare come gli strumenti che si utilizzano per illustrare il fenomeno possano venire intesi semplicemente come delle metafore.

    Io parto nella mia ricerca da un linguaggio pedagogico, umanista, cerco degli strumenti per spiegare in un determinato contesto con una determinata visione il fenomeno in questione.

    Quello che sta alla base di tutto, e che è veramente importante, è il fatto che in qualunque disciplina, scientifica e non, è importante acquisire questo pensiero sistemico, come modo di pensare e di ragionare.

    Cercare di diffondere un pensiero sistemico è infatti di grande utilità a tutti i livelli disciplinari.

    Definizioni ed opinioni riguardo all’emergenza

    Anche se non esiste una definizione dogmatica ed accademica della parola "emergenza" o meglio, dei fenomeni emergenti, ognuno nel suo piccolo cerca di dare dal proprio punto di vista una qualche spiegazione del concetto.

    Elencherò più sotto, quindi, alcuni tentativi di "definizione" dell’argomento.

    Riporterò alcune definizioni fornite dai membri dell’AIRS ed altre "estratte" dal materiale bibliografico consultato durante la fase di ricerca di questo lavoro.

    Gianfranco Minati, membro AIRS:

    "Si consideri: S1, struttura avente proprietà primitive osservabili a livello dei componenti, cioè a livello micro, come il volo di un singolo uccello; S2struttura del secondo ordine, ad esempio un sistema, risultante dalle interazioni tra i componenti e avente proprietà osservabili solo a livello macro, come il comportamento di uno stormo. Una proprietà P di S2 è emergente se e solo se è osservabile a livello macro ma non a livello micro. Una proprietà P di S2 è emergente se e solo se è osservabile in S2 ma non a livello più basso, cioè in S1. Osservando il volo di singoli uccelli non è possibile realizzare le proprietà di uno stormo. I sistemi sono tutti emergenti".

    Eliano Pessa, fisico teorico e docente del dipartimento di filosofia (sezione di psicologia) all’Università degli studi di Pavia:

    "Il mio punto di vista sull'emergenza è il seguente:

    • qualsiasi cosa sia l'emergenza, essa non è oggettiva, ma legata a: a) il contesto modellistico di cui ci si sta occupando (l'emergenza è una proprietà dei modelli e non della realtà); b) le proprietà dell'osservatore-costruttore di modelli (conoscenze, schemi mentali, scopi, credenze, valori, ecc.)
    • una volta effettuate queste restrizioni, esistono differenti definizioni possibili di emergenza e quindi una gerarchia di possibili "tipi" di emergenza; tra tutte le gerarchie quella con cui mi sento più d'accordo è quella di J.Crutchfield (1994).

    Crutchfield in maniera molto sintetica sommarizza tre tipologie di emergenza descrivendole come:

    • La definizione intuitiva di emergenza: "qualcosa di nuovo appare";
    • La formazione di pattern: un osservatore identifica "l’organizzazione" in un sistema dinamico;
    • Emergenza intrinseca: il sistema stesso capitalizza sui pattern che appaiono.

    Alessandro Carusi, Università La Sapienza Roma:

    "L'emergenza potrebbe essere la comparsa di un elemento del sistema dettata dal tipo di relazione instaurata tra le componenti (siano esse strutture o sistemi a loro volta). Proprio perché determinata dalla comunicazione, l'emergenza non è prevedibile, né tanto meno deterministica. Anzi. Aggiungerei che è fortemente dipendente dalle condizioni iniziali del sistema e che può aver luogo solo in un ambiente ad alta flessibilità e altamente ridondante."

    Ignazio Licata, Full Professor of Theor. Physics, IBR, Palm Harbor, Florida, Istituto di Cibernetica Non-Lineare per lo Studio dei Sistemi Complessi(ICNL):

    "Per me si ha autentica emergenza ( quindi assolutamente non-deducibile a partire dai componenti), quando c'è apertura logica e dunque produzione di informazione semantica. Questo avviene ad esempio nelle reti neurali, dove, pur possedendo una piena specificazione della struttura della rete, è impossibile dire che pattern verranno fuori, per via dell'intrinseca impredicibilità dell'interazione sistema-ambiente. In fondo, nessuno di noi sa veramente cosa gli passerà per la testa da qui a cinque minuti.......!"

    Francis Heylighen, docente della Libera Università di Bruxelles:

    "Emergenza è un classico concetto nella teoria dei sistemi, che denota il principio secondo cui le proprietà che definiscono sistemi di ordini superiori, o 'unità' (es. organizzazioni) non possono in generale essere ridotte alle proprietà dei sottosistemi di ordine inferiore, o "parti". Queste proprietà irriducibili sono chiamate emergenti"

    Kevin Kelly, studioso della complessità, saggista, autore di Out of Order:

    Utilizzata dagli studiosi della complessità esso sembra voler dire "quell’organizzazione che è generata dalle parti che agiscono in concerto (assieme). Ma il significato di emergente sembra scomparire quando cerchi di analizzarlo, lasciandoti l impressione che la parola sia, alla fine, senza senso. Ho provato a sostituire la parola 'successo', 'accaduto' (happened) in ogni frase in cui ho usato "emerso" emerged). Sembra funzionare. Provaci. L’ordine globale accade da regole locali. Cosa intendiamo per "emergente"

    Steven Johnson, autore di Emergence:

    "il movimento da regole di basso-livello a una sofisticazione di alto livello è quello che noi chiamiamo EMERGENZA"

    Johnson riporta in Emergence (Johnson, 2001) una descrizione in cui cerca di spiegare l’emergenza utilizzando la metafora di un particolare tavolo da biliardo.

    Se le palle di questo biliardo fossero semi-motorizzate e programmate per esplorare lo spazio e cambiare i movimenti quando incontrano altre palle sul campo, il tavolo sarebbe in continuo movimento e nessuna palla da biliardo cadrebbe, a meno che non sia programmata per farlo.

    Questo potrebbe essere definito, secondo la visione di Johnson, come una forma elementare di comportamento complesso.

    Questo sistema, in realtà, non sarebbe mai emergente finché non si realizzassero alcuni macro-comportamenti.

    Se invece attraverso i loro movimenti le palle, per esempio, si dividessero in pari e dispari, alla fine sul tavolo avremmo due gruppi di palle da biliardo e ciò potrebbe venire considerato l’inizio di un fenomeno emergente.

    Johnson immagina che le palle non siano programmate per dividersi in due gruppi (ad esempio si immagina che le palle siano programmate per seguire un certo numero di regole casuali, girando per esempio a destra quando collidono con una cosa solida e accelerando dopo un contatto con la palla tre, fermandosi alla palla otto..), ma che attraverso un innumerevole numero di regole potrebbero arrivare a quello.

    Da un innumerevole numero di regole a basso livello potrebbe emergere una forma coerente.

    L’importanza del pensare sistemico

    A mio parere il pensare sistemico è indispensabile perché apre a tutti la possibilità di avere una forma mentis più completa, di guardare alla realtà nella sua complessità senza essere riduttivisti, quindi cogliere appieno anche quello che un filosofo potrebbe indicare come "il senso".

    Anche per questo tema ho voluto confrontare la mia opinione con due studiosi del campo: Ignazio Licata ed Alessandro Carusi. Sia Licata che Carusi hanno notato una carenza della divulgazione del pensiero soprattutto nel campo umanistico.
    Questa è davvero una debolezza.

    Per quanto riguarda la mia esperienza personale ritengo di essere stata molto fortunata, provenendo da una facoltà universitaria in cui "la sistemica" e "l’autobiografia" sono pilastri di base.

    Tutti gli esami che ho sostenuto tenevano conto del fatto che viviamo in un ambiente non isolato e che facciamo parte di una realtà che è sistemica.

    E’ stata una filosofia di base che ho respirato in tutti gli argomenti trattati, dall’esame più attinente quale epistemologia genetica, passando per esami psicologici, pedagogici e quelli che meno, a prima vista, potevano sembrare in relazione, come ad esempio "organizzazione aziendale".

    In realtà, quando poi sono "uscita dal mio ambiente" per mettere insieme spunti per questo lavoro ho trovato come dato di fatto che di emergenza e di sistemica si parlava più in campo tecnico scientifico che in campo umanistico.

    Credo che questo sia un limite, una carenza, ma penso che si possa anche superare, una volta presa consapevolezza di questo fattore. Dopotutto il pensiero sistemico è un pensiero intra, trans disciplinare.

    Semplificando il linguaggio con cui si trattano certi temi o divulgando maggiormente le informazioni, si potrebbe arrivare ad un equilibrio tra tutte le discipline. Equilibrio nel senso della "parità" in tutti i campi dell’acquisizione di questo tipo di sapere.

    Ho chiesto a Licata e Carusi delle opinioni riguardo alla necessità ed utilità di diffondere maggiormente il pensiero sistemico.

    Mentre per tutto il resto le idee di Licata e Carusi si trovino in parallelo, ho notato una differenza sostanziale per quanto riguarda il concetto di pubblico che dovrebbe godere della diffusione del pensiero sistemico.

    Per entrambi l’imparare a pensare sistemico è utile a chiunque ma Carusi sostiene che la causa di una diffusa ignoranza a livello di conoscenza sistemica sia da ricercare non tanto nell'interesse della gente comune, quanto nella carenza nel mondo accademico di un linguaggio condiviso.

    Il problema grave, infatti, è proprio nella comunità sistemica, dove la gente crede per il suo "status" di sapere e dove in realtà sta il vero gap che rende difficile giungere ad un pensare sistemico.

    La questione principale è che coloro che hanno lo status di "scienziati" sono abituati a condividere nozioni ed informazioni senza rendersi conto troppo spesso che per una "condivisione reale" è necessaria la forma mentis comune.

    Carusi infatti sottolinea che la percentuale di chi si occupa di complessità è irrisoria nei confronti del mondo accademico, e anche in questa piccola minoranza non c'è ancora una cultura della complessità. Molti studiosi condividono molte nozioni e molti concetti, ma agire sulla base dei dati è ben diverso dal possedere una forma mentis comune.

    Licata invece trova opportuno diffondere il pensiero sistemico, senza distinzioni, a tutti, ritenendo comunque anch’egli che chi necessita di più di una tale "immersione" in questa realtà sono comunque gli umanisti. Nonostante ciò tutti abbiamo bisogno di conoscere più ampiamente il pensiero sistemico, spesso infatti si ritiene che il mondo, la scienza sia già stata creata, in realtà è chi la osserva che la fa.

    L'approccio sistemico è indispensabile alla comprensione dell'emergenza.

    Infatti noi possiamo individuare un processo emergente soltanto se scegliamo di osservare un certo sistema in un certo modo, Questo implica anche una rivoluzione copernicana di tipo epistemologico, che mette in primo piano la nozione di "osservatore".

    Molta gente ha un'idea profondamente ingenua dell'attività scientifica, e dunque della produzione di cultura, perché pensa che il mondo sia "già lì" Invece è importante capire che il "mondo" è sempre una nostra "costruzione", una "selezione" ed "organizzazione" di una piccola parte di informazione a partire dall'indefinita (ed infinita?) "sorgente" che ci circonda.

    Se l’approccio sistemico e la visione della realtà in questo modo è data dal fatto che ci sia un osservatore che descrive questo tipo di realtà, per descrivere tale realtà, e per vederla, dobbiamo anche essere portati ed abitati a farlo. Quindi, dobbiamo anche avere un modo di guardare a questa costruzione del mondo.

    Nei confronti di questo processo di "costruzione del mondo" dobbiamo essere sempre "laici" e "critici" proprio per non esaurire e "cristallizzare" le meravigliose possibilità del Reale (mi vengono in mente alcune bellissime pagine di Bateson).

    Tutto ciò lega la biologia alle scienze cognitive, queste alla sociologia, e rimanda all'etica, dandole un senso nuovo e più ampio. E' in questo aspetto "globale" ed "ecologico", denso di conseguenze per la nostra visione del mondo, che risiede il valore culturale, ed etico, dell'approccio sistemico e dell'emergenza."

    Riflessioni sull'emergenza – dialogo con Ignazio Licata

    Ho chiesto ad Ignazio Licata di raccontarmi la sua esperienza con i fenomeni emergenti, ho scelto di intervistarlo perché mi sembrava utile avere almeno un’opinione "diretta" da parte di chi si occupa di questi argomenti.

    La mia curiosità non stava soltanto nel comprendere cosa intendesse lui per emergenza (ho già tentato prima di dare più "definizioni" possibili del concetto, includendone anche una sua), ma perché si fosse avvicinato proprio a tale argomento e in quale campo l’avesse più approfondito.

    Egli ha risposto molto volentieri raccontandomi come il suo interesse per i sistemi complessi ed emergenti, pur restando sempre vivo, si sia trasformato nel tempo.

    Innanzitutto Licata sottolinea come abbia iniziato ad occuparsi di quanto sopra perché, da buon fisico teorico, seguiva la frontiera mobile delle conoscenze.

    Egli utilizza questo termine essendo pienamente convinto, e a mia opinione a ragione, che il sapere è in continua evoluzione.

    Il sapere si amplia, ed i confini, legati più a definizioni pedagogiche piuttosto che a situazioni reali, lasciano progressivamente il campo a nuove competenze e saperi.

    In particolare, per quanto riguarda la sua storia personale, egli sottolinea come due campi in specifico l’abbiano portato in questa direzione di approfondimento di interessi: l’avvento dei calcolatori di massa e di nuovo materiale sulla "fisica del caos".

    Io ero agli inizi dei miei studi, ed accaddero due cose importanti: l'avvento di massa dei calcolatori, e l'arrivo dei nuovi articoli sulla cosiddetta "fisica del caos".

    Vorrei porre l’attenzione sul fatto che anche per Licata, come per molti altri, il primo incontro con i sistemi emergenti sia avvenuto in ambito universitario.

    All’interno dei suoi studi universitari dedicò una particolare attenzione al regno dei fenomeni non-lineari prima considerati "inattaccabili", e adesso esplorabili attraverso le simulazioni.

    Allora si parlava principalmente di "matematica sperimentale", ma come bene sottolinea Licata attraverso le simulazioni era possibile anche ritrovare nuove idee teoriche per comprendere i fenomeni non-lineari cioè fenomeni che hanno a che fare con effetti che non possono essere studiati come somma (lineare) di due cause.

    L’importanza di questi nuovi avvenimenti era data dal fatto che si potevano spiegare così anche concetti e fenomeni particolari, che non si potevano inquadrare nelle categorie disciplinari chiuse e definite di allora, ma che stavano in quella che Licata definisce come "terra di mezzo".

    Si tratta dunque della maggior parte dei fenomeni che avvengono nella "terra di mezzo", ossia tra le particelle e la cosmologia; e forse, per la prima volta, si offriva la possibilità di un panorama concettuale unitario di molti fenomeni apparentemente assai diversi tra loro, un "tessuto" esplicativo matematico comune.

    Il Professor Licata tiene a sottolineare che anche se questi tipi di scoperte erano nuove, anacronisticamente c’era già stato chi aveva intuito la loro possibilità.

    Naturalmente, come sempre accade, c'erano stati dei "profeti": Thom e la Teoria delle Catastrofi e la Termodinamica dei Processi Irreversibili di Prigogine ed evidenzia poi come tutto ciò portasse, oltre che ad una "Teoria del Tutto", a cercare di comprendere come mai i "veri mattoni dell’Universo" producessero delle configurazioni e non altre.

    Questi fenomeni "complessi" hanno delle caratteristiche comuni: "particelle" o "agenti" o "sistemi" interagiscono tra loro in modo altamente non-lineare, producendo transizioni ordine-disordine (entropia), e disordine-ordine (una nuova teoria?), fenomeni auto-organizzativi e comparsa di patterns spazio-temporali di vario tipo.

    "Fisica del Caos", "Sinergetica", etc., divennero espressioni comuni per indicare un territorio che sembrava ampliarsi ad ogni passo. Equazioni differenziali non-lineari, Mappe, Frattali, Attrattori, Parametri d'Ordine, automi cellulari, esseri collettivi,....erano gli strumenti di chi inseguiva non più, o non soltanto, lo studio dei "mattoni dell'universo" (Teorie del Tutto).

    Infine Licata sottolinea come, a partire dagli anni 80 , soprattutto a partire dai lavori di Anderson e Hopfield si è arrivati ad avere una visione interdisciplinare (quella che è in atto oggi ma che comunque andrebbe sempre ampliata, come vedremo) di metodi che trattassero di questi argomenti.

    Cominciò così una "migrazione" di metodi, concetti, strumenti da un campo ad un altro, e comparvero i primi modelli matematici autenticamente complessi in economia e sociologia.

    Forse il campo che si è più avvantaggiato di questa nuova visione è quello delle scienze cognitive.

    Per concludere l’intervista si chiude con un’altra sua interpretazione dell’emergenza (come si può notare anche qui, neanche la stessa persona sembra avere in testa una definizione univoca di "emergenza").

    Per me l'emergenza significa proprio cercare di comprendere come la natura, o meglio, e con un significato "primordiale" più ampio, la Physis, "produce" novità ai margini del caos, mescolando ordine e disordine.

    Le direzioni più interessanti verso le quali si può sviluppare il concetto sono due. La prima è la biologia teorica: che deve colmare i problemi della visione darwiniana proprio attraverso lo studio dei meccanismi non-lineari a livello molecolare.

    La seconda direzione riguarda invece le scienze cognitive.

    Si tratta, in questo caso, di comprendere come dal comportamento collettivo di miliardi di neuroni, dalla loro attività micro-computazionale emerga l'attività cognitiva, ed in particolare è una sfida interessante quella che è stata definita "mentalica statistica" (Hofstadter), ossia comprendere il legame tra il livello bio-morfo del cervello ed i modelli "semanticamente trasparenti" che descrivono l'attività della mente, tipici dell'IA cognitivista classica.

    Un concetto particolarmente interessante per affrontare questi problemi è quello di sistemi logicamente aperti, introdotto da Hewitt, Pessa, Minati, Penna, etc, negli anni Novanta proprio per indagare quei casi in cui si ha produzione di nuova informazione semantica (interessante il confronto con la teoria semantica dell'evoluzione di Marcello Barbieri).

    Ho chiesto a Licata, infine, gli argomenti verso i quali al momento era più interessato, ed egli mi ha elencato alcuni suoi obiettivi di indagine e me li ha poi gentilmente illustrati.

    In questo periodo i miei interessi sono centrati sulla costruzione di un modello formale di osservatore (un modello formale è un modello che fa uso del linguaggio logico-matematico.

    Modello formale di un osservatore significa definire quelle tipiche proprietà che di un sistema in un dato ambiente fanno, appunto, un osservatore), attraverso un ampliamento dei metodi matematici della teoria quantistica dei campi; sulla tesi di Church-Turing e sulle possibilità di ampliare il concetto di computabilità.

    La definizione della tesi si applica ai sistemi simbolici e sub-simbolici.

    I primi, per quanto riguarda l’IA, sono quelli "classici" basati su strutture simboliche e relazioni.

    I secondi sono invece, ad esempio, reti neurali ed automi cellulari, dove il comportamento globale non è definito a priori, ma emerge dalla dinamica.

    In questo senso sono sub-simbolici, perché devono le loro macro-struttura di informazione ad un livello microscopico collettivo di piccole unità.

    Uno dei problemi oggi in gioco è se la computazione naturale, ossia l'elaborazione d'informazione operata da sistemi fisici e biologici, può rientrare completamente nel concetto di Turing-Computabilità.

    Ci sono molti lavori "in corso", ma si può dire, in via provvisoria, che la T-comp non coglie tutte le caratteristiche salienti della computazione naturale; e che inoltre molti sistemi dinamici, come le reti neurali ricorrenti a coefficienti reali, mostrano capacità sia super-Turing che sub-Turing in relazione a problemi diversi.

    Cosa che suggerisce l'importanza del "significato" dell'informazione, inteso in senso lato, per il sistema; sull'utilità di una definizione di informazione semantica tramite classi di informazione sintattica: sono convinto che ogni informazione "semantica" possa essere opportunamente ricondotta ad un certo insieme di informazione sintattica, almeno a livello descrittivo per sistemi a basso grado di apertura logica o ad apertura logica zero.

    Il chè non vuol dire che io posso "capire tutto" quello che passa nella testa degli altri, ma che con una buone dose di informazione già acquisita e tempo posso provare a descriverlo in termini di schemi,relazioni, variabili, etc.Come teoria del significato è un pò "povera", ma dobbiamo accettare l'idea che i significati in un sistema ad alto livello di apertura logica si modificano continuamente.

    Come direbbe Wittgenstein, possiamo descrivere solo un pensiero già pensato! E poi è "praticabile" ed "operativa"(evita cioè le domande inutili, tipo: "ma il blu che vedo io è quello che vedi tu?").

    Sul ruolo della congettura di Wolfram-Langton (classe IV), per descrivere le proprietà dei sistemi logicamente aperti.

    Le famose 4 classi, nel caso di sistemi discreti, sono importanti perché gettano luce su quattro tipi fondamentali di comportamenti dinamici.

    La classe IV è importante perché è quelle che genera i comportamenti più complessi, quelli significativamente emergenti, dove entropia ed informazione sul margine del caos permettono l'insorgenza di strutture dinamiche molto interessanti.

    Ma questo è valido anche per i sistemi continui?

    Io penso di si, ed ho trovato una dimostrazione in questo senso.

    E' chiaro che non basta appartenere alla classe IV per produrre emergenza intrinseca; è necessario che il sistema mostri anche la comparsa di nuovi codici che ci indicano un'attività di selezione ed elaborazione dell'informazione qualitativamente nuova, e non deducibile, ad esempio tramite un algoritmo, a partire dalla descrizione del sistema ad un dato tempo t.

    Questo è tipico dei Sistemi Logicamente Aperti, e possiamo dunque dire che l'emergenza intrinseca, la più "radicale", è sicuramente semantica, perché riguarda il modo in cui il sistema processa informazione in relazione al "significato" che essa acquista, e questo significato si stratifica senza soluzioni di continuità e molto spesso si modifica in modo catastrofico in assetti nuovi, durante la storia del sistema e le sue interazioni con l'ambiente.

    Informazioni su Chiara Colombo:

    Chiara Colombo si è laureata alla Facoltà di Scienze dell’Informazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca con la tesi "Educare ed educarsi al pensiero sistemico:strumenti per comprendere il fenomeno dell’emergenza fra mondi reali e mondi virtuali", rel. Prof. D. Pievani.

    Si occupa di epistemologia della complessità, con particolare riguardo agli aspetti pedagogici nell’ambito di un gruppo di ricerca IBM.

    Collabora con l’Associazione Italiana Ricerca sui Sistemi (AIRS) e l’Istituto di Cibernetica Non-Lineare per lo Studio dei Sistemi Complessi (ICNL).

    Sitografia:

    AIRS - Associazione Italiana per la Ricerca sui Sistemi www.airs.it

    The Cybernetics Society www.cybsoc.org

    E-mail: [email protected]



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