La Storicizzazione dei concetti e la loro dialettizzazione ci salvano dal pragmatismo


    Lucien Sève è stato uno dei primi studiosi a formulare una visione critico–dialettica riguardo al problema inerente l’inconscio freudiano.

    Egli ha in parte messo in luce gli aspetti biologistici che fanno della psicoanalisi una filosofia adialettica e solipsistica, ancora per molti versi legata ad un materialismo sensista di fine secolo, cresciuto all’ombra del darwinismo sociale.

    In Freud secondo Sève(1), l’infanzia dell’umanità viene concepita nel senso edipico del termine, come qualcosa le cui tracce si sarebbero conservate nella generalità biologica.

    Tutto ciò condurrebbe, tuttavia, "inesorabilmente a cercare una sostituzione alla materialità storico-dialettica in una biologizzazione radicale dei fatti umani nel loro insieme".

    Sève insiste sul fatto che tale biologismo non è una una cantonata locale e contingente, ma qualcosa di intrinseco a tutto il pensiero di Freud.

    Da questo punto di vista sembra assurdo debiologicizzare il pensiero freudiano.

    Questa conclusione, lascia esterrefatti se non viene dialettizzata. Storicamente questa dialettizzazione è avvenuta.

    Così, dobbiamo ringraziare i fautori della caduta del comunismo per aver permesso indirettamente di recuperare l’epistemologia marxiana, consistente in sintesi nel materialismo storico-dialettico, già a mio avviso compromessa dal positivismo latente engelsiano e poi leniniano(2), così dobbiamo "gioire" del fallimento storico della psicoanalisi essenzialmente come terapia, che ci ha permesso di recuperare il suo immenso patrimonio gnoseologico.

    Da questo fallimento dobbiamo partire per debiologicizzare attraverso il materialismo storico-dialettico.

    Certo l’analisi linguistica a livello di psicoanalisi è determinante, visti i risvolti che il linguaggio ha a livello di inconscio per Freud; determinante ed ambiguo anche in rapporto alle problematiche interpretative e ai valori semantici con cui una scienza nuova deve scontrarsi a causa della sua dipendenza nei confronti di una terminologia già vecchia e funzionale a contenuti superati.

    Ma se per debiologicizzare si ha in mente un’operazione di tipo semantico, allora non ci si può stupire se la conclusione diventa l’incapacità di "salvare l’economia d’insieme"; solo da questo punto di vista si può capire come non sia possibile sfuggire al dilemma che Sève pone: "debiologicizzare senza portata reale, o abbandono completo della stessa psicologizzazione"(opera cit.,).

    COME CONCEPIRE IL PROCESSO DI DEBIOLOGIZZAZIONE?

    Personalmente questo processo lo intendo in maniera diversa da come lo concepisce Sève. Non ritengo che tale processo debba consistere esclusivamente nell’ampliamento dei concetti in funzione di un presunto limite semantico di Freud, a causa della base storico-linguistica del suo tempo.

    Al contrario, credo che, a livello reale, il processo coincida con una "destoricizzazione dei concetti". Una debiologizzazione non può prescindere da "un’epistemologia storico-dialettica", cioè da una storicizzazione dei processi psichici. Storicizzare Freud non significa affatto mettere in evidenza i suoi limiti gnoseologici secondo la vecchia logica legata alla metodologia socio-ambientale che sta a cuore ai padri della sociologia moderna, in questo si ricadrebbe adialetticamente nella impossibilità del processo(3).

    Invece si tratta di analizzare il pensiero non più in termini di assolutizzazione dei concetti, e una via in questa direzione è il non riconoscere come contraddittoria la chiusura apparentemente solipsistica di Freud ma, anzi porre questa contraddizione apparente (ricordo la già citata analisi di Adorno) come primo parametro per una apertura fondamentale in funzione del chiarimento del rapporto "psiche-pensiero-percezione-struttura storico-dialettica".

    LA BIOLOGIZZAZIONE E’ UN PROCESSO IDEOLOGICO PER ECCELLENZA.

    Biologizzare significa concepire l’uomo come fatto astratto (alla maniera del Positivismo come Fatto puro per dirla con Lukács), come fatto astratto, e dunque anche la sua psiche come astorica, fuori dal tempo e dallo spazio. Significa negare qualsiasi rapporto con quella struttura storico-dialettica, negare cioè la TERZA VIA(4). E’ noto come per Freud le azioni psichiche siano da considerarsi come "logicamente e cronologicamente specifiche perché l’inconscio non conosce né la contraddizione né il tempo"(5) e questo è in linea con una concezione della scienza che considera la conoscenza e la percezione come concetti universali. Il processo gnoseologico che sta alla base del razionalismo tende a giustificare la struttura del reale attraverso il meccanismo di universalizzazione dei concetti, che è un modo dialettico di recupero del reale nella sua pretesa oggettività basata sul pilastro irremovibile della PERCEZIONE ESPERIENZIALE OGGETTIVA che da Galileo in poi rimane il pilastro fondate della scienza moderna, percezione che si dichiara inoltre unica e al di sopra della dialettica, eppure sta alla epistemologia futura dimostrare la sua cristallizzazione e la sua falsa oggettività. Dallo studio della PERCEZIONE, alla luce dei passi giganti della neuroscienza in generale e di una epistemologia storico-dialettica atta a cercare nuovi significati, oltre che a ricucire la cesura tra scienza e sua giustificazione intrinseca, reputo fondamentale che la stessa scienza intesa come empirista per sopravvivere debba dialettizzarsi, così come lo specifico aristotelico delle discipline che ha permesso lo sviluppo delle scienze per duemila e cinquecento anni a questa parte.

    Ora ci troviamo proprio per questo specifico ad aver perso il significato della scienza stessa nella sua totalità(6), per questo è il momento che il neoaristotelismo e il galileismo, se vogliono mantenere intatto il loro patrimonio gnoseologico, devono assecondare alla dialettizzazione storica di se stessi perché è l’evoluzione storico-dialettica che impone una realtà cognitivamente superiore al di là delle scelte individuali, anzi credo fermamente che queste maturino quando la struttura storica lo permette, e queste ultime a sua volta influenzano la struttura, questo movimento è straordinariamente complesso e ogni tentazione semplificatrice come sempre ci riconduce all’idiozia ideologica e nel peggiore dei casi ad immani catastrofi storiche.

    I FATTI PURI DELLA SCIENZA(Lukács)

    I "fatti puri" di Lukács, a mio avviso sono prima di tutto concettualmente in polemica indiretta con quello che io chiamo engelismo-leninismo o positivismo mascherato da marxismo (ben vengano coloro che depurano il materialismo dialettico dalle confusioni positivistiche al suo interno): "delle scienze della natura sorgono, ….trasponendo realmente o idealmente un certo fenomeno della vita in circostanze nelle quali i suoi caratteri conformi alla legge possono essere indagati a fondo senza l’intervento perturbatore di altri fenomeni. Questo processo si estende ancor più nel momento in cui i fenomeni vengono ridotti alla loro essenza quantitativa, espressa in numeri e in rapporti numerici. Ora, gli opportunisti trascurano costantemente il fatto che è proprio dell’essenza del capitalismo produrre i fenomeni in questa forma"(7). Aggiunge poi, in riferimento al metodo scientifico,: "La non scientificità di questo metodo, apparentemente così scientifico, risiede dunque nel fatto che esso non tiene conto e trascura il carattere storico dei fatti che si trovano alla base….".

    Lukács sostiene che il carattere storico, venendo offuscato, non è più possibile comprenderlo e con esso il carattere transitorio della struttura, che si eternizza oggettivizzandola, e le determinazioni appaiono come categorie atemporali, eterne, comuni a tutte le forme sociali".

    DIALETTICA SOGGETTO-OGGETTO ALLA RICERCA DI UN OGGETTIVITA’ CREDIBILE AL DI LA’ DEL FONDAMENTALISMO PRAGMATISTA

    Di questi tempi, per il buon positivista, legato in un assoluto fondamentalismo pragmatico, tutto ciò che è dialettico, è veleno per la percezione su cui si regge il mondo esperienziale, astorico e adialettico della ricerca scientifica. La filosofia è accettata, ma deve occuparsi di cose inutili, non interferire più di tanto, e su questioni marginali nei confronti del pensiero scientifico. Sono finiti i tempi in cui toccava agli epistemologici garantire cognitivamente ed anche eticamente la ricerca scientifica: Io sono più che mai convinto che viviamo una stagione in cui La scienza si illude di poter andare avanti al di là dei propri fondamenti epistemologici, anche perché questi studiosi da laboratorio che si specializzano sulle loro monadi a cui danno un valore assoluto e adialettico, non sono più in grado di formulare un significato cosciente sul materiale che hanno fra le mani perché da un lato c’è una tecnologia avanzata e dall’altro un pensiero arcaico, che non fonda logicamente se stesso. Siamo circondati da fondamentalismi (ultimamente anche laici), che mettono l’uomo che pensa davanti a scelte che gli appaiono facili solo quando prende erroneamente la scorciatoia ideologica, quella del sì assoluto o del no altrettanto assoluto, quando alla base c’è la perdita di un linguaggio cognitivo all’altezza delle nuovo scoperte e conseguentemente c’è una perdita di significati(8).

    I pilastri laterali hanno un problema fondamentale da risolvere: la definizione di "uomo". Quando dietro la scienza non c’è più una Weltanschauung, cade nel binomio VERITA’- UTILITA’. Per questo nuovo pensiero "universale" la dialettica diventa davvero qualcosa di arcaico(9), qualcosa che non è verificabile perché non tiene conto della verificabilità dei fatti. Nel mondo della "ragione" i fini che contano sono quelli "ragionevoli", in senso strumentale. La separazione tra conoscenza e valore, già aristotelica, qui è ormai cristallizzata; l’eticità delle scelte non ha alcun valore in termini di società in movimento ma soltanto in un contesto in cui il giusto e oggettivo è l’utile per lo status quo.

    Sotto questo aspetto sono soltanto apparentemente distanti le congregazioni religiose e le multinazionali biotecnologiche, il principio dell’utile è un principio unificatore, al di là delle false giustificazioni cognitive, l’unica legge che unifica ideologicamente da un lato le congregazioni religiose e dall’altro le multinazionali biotecnologiche. E’ il pragmatismo ideologico, che difende non i principi ma il potere legato ai principi; la mancanza di un accordo concettuale su alcune definizioni fondamentali come quella della specificità dell’essere umano in quanto tale, ad esempio, costruisce la base da un terreno paludoso in cui la vera tragedia è un pensiero le cui categorie sono ormai inadeguate, perché i filosofi in questi anni invece di essere tali, sono andati a caccia di farfalle.

    La caccia alle farfalle lascia il campo libero alla ragione strumentale, formalistica e adialettica. Il passaggio prima al neopositivismo e poi al pragmatismo è breve e il legame trasversale è senza dubbio una concezione fondamentalmente EMPIRISTA in cui l’oggettività della PERCEZIONE non è messa in discussione. Tale percezione sensista rimane assolutamente il metro di misura delle altre discipline considerate non scientifiche. L’oggettività ideologica della percezione nasconde il PRAGMATISMO fortemente utilitaristico, base indispensabile per una scienza al servizio del potere politico, ma bisognerebbe dare spazio a quella cesura disastrosa fra la scienza e i suoi fondamenti. Limitiamoci a far presenti i passaggi ufficiali mettendo in luce il cammino tracciato in sintesi da Franca D’agostini(10). Questo passaggio cognitivamente non del tutto logico all’interno prima del neopositivismo austro–tedesco fino al suo rapporto dinamico col pragmatismo (Carnai e Reichenbach) e più avanti con la filosofia analitica inglese (Morris).

    Note

    (1) Per una critica marxista alla teoria psicanalitica della teoria psicoanalitica, Editori Riuniti, Roma, 1975, Clèment, Bruno, Sève, p. 206 e sgg.

    (2) Lenin, Materialismo e Empiriocriticismo, 3° volume, Editori Riuniti, Roma 1973, ed ancora Engels, Dialettica della matura, Editori Riuniti, Roma, 1971.

    (3) T. Adorno, Scritti sociologici, Einaudi, Torino, 1976, p. 18 e sgg. L’osservazione di Adorno è perfettamente coerente col pensiero freudiano espresso nella metapsicologia in cui (p.28) si fa la differenza tra stimolo pulsionale e stimolo fisiologico: il primo viene dall’interno, il secondo dall’esterno. La psicologia sociale o neorevisionista dà importanza estrema ai condizionamenti ambientali che Freud pone sotto il nome di stimoli fisiologici; al contrario lo stimolo pulsionale, viene dall’interno ed è un "concetto limite tra lo psichico e il somatico(31)". Anche se apparentemente può sembrare una contraddizione, in realtà è molto più vicino a Marx il dottor Freud che non i neorevisionisti alla Horney, in quanto l’esterno non è così determinante per il materialismo storico riguardo all’individuo, perché l’esterno è ambiente e cultura e l’interno per lo stesso Freud (n.1 p.29) costituisce "la base organica dei bisogni della fame e della sete". Ora è chiaro che l’interno di Freud necessita appunto di debiologizzazione al fine di integrarlo storicamente nel processo dialettico del reale, ma non a livello sovrastrutturale bensì strutturale. L’azione di fuga non è possibile, perché non è possibile fuggire dalla fame, mentre per le pulsioni sessuali il problema si pone in modo diverso. Le pulsioni dell’io, sono le pulsioni certamente più sentite dai pazienti di Freud, sono infatti pazienti che hanno trovato una soluzione strutturale riguardo le pulsioni di autoconservazione. L’ambiente a cui appartengono è egregiamente descritto da Lydia Flem, la vita quotidiana di Freud e dei suoi pazienti, Rizzoli, Prima edizione 1987, MI.

    (4) Mio schema in: www.lswn.it

    (5) S. Freud, metapsicologia, Torino, 1978, p. 69 e sgg. Riguardo all’astrazione del sistema inconscio, Freud p. 91 afferma ancora "i processi del sistema inc. sono atemporali, e cioè non sono ordinati temporalmente, non sono alterati dal trascorrere del tempo, non hanno, insomma, un rapporto col tempo…".

    (6) Di questo argomento dello specifico e della perdita di significato all’interno della scienza mi sono occupato più volte in passato. nell’82 ho presentato uno scritto, al convegno nazionale di Pavia organizzato nel quadro delle celebrazioni di Darwin, dal titolo: Sulla conoscenza in generale e sul rapporto conoscenza-limite ideologico nell’ambito della produzione artistica, pubblicato in seguito presso Vittorio Giovannacci, BI, maggio 1986, in cui mettevo in evidenza che "il problema sembra essere al momento quello gnoseologico; la concezione positivistica della cultura, della parcellizzazione della conoscenza non solo non è in grado di giustificare la "totalità" ma neppure la specificità delle parti, poiché, paradossalmente, la pretesa specificità non può reggersi che attraverso risultati sconfinanti da essa e che la pongono in discussione; in altre parole, la realizzazione piena dello" specifico "coincide con la sua crisi" (p. 79, appendice VIII). Oppure, la relazione da me svolta nella 3°giornata Europea di studio all’interno del convegno sul tema "Cultura funzionale ed educazione permanente" svolto a Biella nel giugno del 1986, relazione dal titolo Coscienza critica e cultura di massa in cui affermavo: "L’ideologia del sapere parcellizzato, quale epigono, quale epigono di una mentalità ottocentesca ma tuttora rientrante nel pragmatismo di stampo americano, tende, da un lato, a dividere in compartimenti stagni la totalità del sapere, dall’altro a ridurre il pensiero a semplice funzione strumentale", al punto che soltanto le idee giudicate "utili per un certo sistema industriale avanzato, acquistano la necessaria credibilità e legittimazione. La funzione critica, quella che nei secoli migliori era implicita alla speculazione filosofica, con la programmata pianificazione della coscienza è relegata fuori dal sistema, mummificata come non funzionale e non realistica". (U.P.B.).

    (7) G. Lukàcs, Storia e coscienza di classe, Mondatori, 1973, (1° edizione Sugar, Milano 1967), pag. 8 e sgg.

    (8) La Repubblica, giovedì 12 agosto 2004, 1 e anche 17 Umberto Galimberti, Come trovare un etica moderna: ma i principi formulati in epoca pre-tecnologica sono all’altezza dei problemi posti dall’età della tecnica? Qui, prima di dare una risposta, occorre porre una questione di metodo. Una discussione sul problema etico posto dalle biotecnologie è possibile solo se non si incomincia a discutere a partire dai principi……"dai principi tutto discende per semplice deduzione e il confronto tra gli uomini risulta inutile. E’ sufficiente chiamare un professore di logica che dai "principi" ricaverà subito le conclusioni".

    (9) M. Horkeimer, Eclissi della ragione, Einaudi, TO, 1969.

    (10) Franca D’agostini, breve storia della filosofia del Novecento, L’anomalia paradigmatica, piccola biblioteca Einaudi, 1999, TO, pag. 137-138 (filosofia scientifica).



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