Nuove strategie terapeutiche nel trattamento del morbo di Parkinson


    Il morbo di Parkinson è una malattia cronica che ha come sintomi rallentamento dei movimenti (bradicinesia), rigidità muscolare, tremori a riposo, tutto ciò molto spesso accompagnato da depressione e demenza.

    Cosa è il morbo di Parkinson

    Il morbo di Parkinson fa parte delle cosiddette malattie neurodegenerative, cioè causate dalla morte di neuroni, quelli noradrenergici di una zona del cervello detta locus coeruleus (fenomeno che ci spiega l’insorgere di depressione), quelli colinergici del nucleo basale (a causa del quale insorge demenza) e infine quelli dopaminergici della parte compatta della substanzia nigra, una zona del cervello che fa parte di un circuito che ha il compito di controllare i movimenti e la memoria motoria.

    Fanno parte di questo circuito diverse zone del cervello: corteccia, corpo striato, substantia nigra (a sua volta costituita da parte compatta e parte reticolata), globo pallido mediano e laterale, nuclei sottotalamici e talamo (vedi schema).

    Tutte queste aree sono connesse tra di loro e si possono trasmettere informazioni di due tipi: eccitatorie (in questo caso viene stimolata l’attività dei neuroni dell’area ricevente) tramite il "messaggero" glutammato e inibitorie (con effetto di inibizione dell’attività dei neuroni dell’area ricevente) tramite il "messaggero" GABA; inoltre tutte queste aree sono collegate in due modi diversi: tramite la via diretta e tramite quella indiretta.

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    Immagine - 1 - Le aree del cervello sono connesse tra loro direttamente e indirettamente.

    La via diretta e la via indiretta

    Con l’attivazione della via diretta (linea verde) arriverà alla corteccia il messaggio di stimolazione del movimento; mentre con l’attivazione della via indiretta (linea rossa) il messaggio sarà di inibizione del movimento.

    Il ruolo della dopamina

    In tutto questo circuito è fondamentale il ruolo svolto dalla dopamina tramite i suoi recettori D1 e D2 localizzati nel corpo striato.

    Le fibre partono (linea blu) dalla parte compatta della substantia nigra e provocano tramite i recettori D1 un’attivazione della via diretta (che ricordo era quella che stimolava il movimento) e tramite i D2 un’inibizione della via indiretta (che inibiva il movimento).

    Nel morbo di Parkinson, a causa della morte di parte di questi neuroni dopaminergici la via indiretta non più inibita prevarrà su quella diretta causando un rallentamento dei movimenti.

    La terapia alle origini

    La terapia del Morbo di Parkinson all’inizio si è avvalsa di farmaci anticolinergici perché nell’antichità la bradicinesia e il tremore venivano curati in questo modo.

    Oggi il loro uso è sconsigliato soprattutto nei pazienti anziani (che poi sono una grossa percentuale dei pazienti) in quanto per il processo di invecchiamento è già presente una disfunzione dei neuroni colinergici che potrebbe essere aggravata causando deficit della memoria e stati confusionali.

    La terapia oggi

    La terapia di elezione è sempre stata quella con L-DOPA, un precursore della dopamina capace di attraversare la barriera emato-encefalica (quella barriera che "isola" il cervello e permette solo ad alcune sostanze di attraversarla) con l’ottenimento sia di miglioramenti psichici che motori;
    a questa molecola si associano gli inibitori degli enzimi capaci di degradarla, le decarbossilasi, strategia che aumenta la quantità di L-DOPA che arriva nel cervello.

    Alla lunga questo trattamento causa dei problemi, perché dosi troppo alte di L-DOPA arrecano dei disturbi motori e dosi troppo basse hanno un effetto minore sulla malattia: si è allora pensato di suddividere la dose giornaliera in diverse somministrazioni, ma ultimamente si sono fatti dei passi avanti.

    Evoluzione della terapia

    Alcuni ricercatori hanno messo a punto un cerotto in grado di rilasciare gradatamente nell’arco della giornata la Rotigotina, un agonista della dopamina, che ha portato, nei pazienti trattati un notevole miglioramento della capacità motoria.

    Un altro approccio terapeutico è stato quello con il GAD, un enzima che stimola la produzione di GABA che attraverso il suo effetto inibitorio sui nuclei sottotalamici, potrebbe migliorare la sintomatologia, infatti sono state fatte delle sperimentazioni sui ratti che hanno avuto un risultato positivo.

    Studi sul trapianto di neuroni dopaminergici

    Infine, altra strategia da sempre pensata è stata quella del trapianto di neuroni dopaminergici embrionali.

    Al di là dei problemi etici che la questione ha sollevato, ci sono state delle difficoltà pratiche dovute alla scarsa sopravvivenza dei neuroni a causa dell’attivazione di enzimi chiamati chinasi, in grado di causare la morte dei neuroni.

    Ultimamente si è scoperta l’esistenza di una molecola detta CEP-1347, una chinasi con effetto protettivo che inserita nei neuroni da trapiantare ne ha aumentato la sopravvivenza.

    Conclusioni

    I progressi che ho descritto hanno fatto fare un notevole passo avanti nel controllo di questa malattia e soprattutto hanno permesso di migliorare le condizioni di vita dei pazienti che ne soffrono.

    Sitografia

    AIP - Associazione Italiana Parkinsoniani www.parkinson.it/aip/



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