Percezione visiva


    Riflessioni sugli inganni della percezione e sull'elaborazione dell'immagine visiva, anche in rapporto agli input provenienti da una realtà storico-dialettica-biologica, che ci impone un contatto col mondo sempre "virtuale" quale limite cognitivo.

    Commentando il testo di M. A. Dispezio sulla "Stampa" (tuttoscienze) Piero Bianucci(1) coglie la dialettica fondamentale tra VISTA e CERVELLO affermando “non è l’occhio ad ingannare il cervello, ma il cervello a interpretare l’immagine secondo schemi connaturati alla percezione visiva di tutti gli uomini, frutto di milioni di anni di evoluzione ed in seguito aggiunge (dialetticamente il dilemma se….) sia la vista a ingannare il cervello o il cervello a ingannare la vista.

    Poichè possono accadere entrambe le cose, la conclusione è una sola: "la realtà è data da questa tensione dialettica". Sembra una conclusione banale, ma affermare questo tipo di visione del reale su un terreno razionalistico come quello della scienza tardo illuminista e nello stesso tempo ammettere la dialettica all’interno di esso, mi pare dare un colpo decisivo ai tabù positivisti, anche se la stessa scienza già aveva riconosciuto il parte attraverso certe ANOMALIE CONGENITE degli occhi percezioni INDIVIDUALIZZATE senza forse dargli l’importanza rivoluzionaria che tali osservazioni si meritano a livello cognitivo, scarsa importanza è legata alla paura che crolli tutto il marchingegno della REALTA’ ESPERIENZIALE alla certezza assoluta che riscuote apparentemente la psicologia di "San Tommaso", nel definire quello che è reale e quello che non lo è, con certezza assoluta.

    Ma si sa, lo scienziato modello è fondamentalista, come d’altra parte tutti i "religiosi". Noi filosofi la verità la dobbiamo cercare , per i preti e gli scienziati pragmatisti, la verità la posseggono da sempre.

    Per quanto riguarda il nostro problema il dilemma è sempre lo stesso dell’uovo e della gallina cioè se è il cervello ad ingannare l’occhio o è l’occhio ad ingannare il cervello che si concretizza in un dualismo rigido e non dialettico, è una polemica vecchia, sin dagli anni ‘70.

    Ma la realtà è senza ombra di dubbio dialettica come 2500 anni di pensiero greco - occidentale ci hanno voluto, a volte inutilmente, far capire e per giunta non può essere compresa cognitivamente solo nella sua dialetticità, ed è qui che si capisce che per combattere il neopositivismo pragmatista e miope che crede soltanto nelle realtà utili bisogna rinforzare la disciplina che rappresenta la dialetticità nella sua essenza, cioè la Filosofia invece di mandarla soltanto a caccia di farfalle.

    Non bisogna aver paura di contaminarla con la realtà esperienziale della scienza ma quest’ultima verificarla in quanto tale proprio con essa, e per altro questa contaminazione è presente sin dall’inizio ed è attualmente l’unico antibiotico contro la sua presunta inutilità, immaginiamoci se fossero stati i presocratici in possesso dalla neuroscienza, della biologia molecolare, della teoria quantistica o quant’altro, dove sarebbero arrivati, se li paragoniamo ai nostri piccoli cacciatori di farfalle.

    Uno dei compiti del filosofo è restituire alla scienza la categoria "Dialettica" poichè solo in questo impediamo alla Filosofia di diventare un gioco per intellettuali ed alla scienza l’idea che serva solamente per creare tecnologia-usa e getta, soltanto così ci liberiamo dall’ideologia positivistica legata alla categoria dell’utile e del concreto.

    Solo così, a mio avviso, andiamo verso un’epistemologia nuova, e cogliamo lo SPECIFICO che non è mai individuale ma dipende dalla struttura BIOLOGICA – STORICO - DIALETTICA del reale che è sempre nella sua potenzialità REALTA’ VIRTUALE. La concezione degli anni ‘70 era legata ad una vecchia scienza come chiarisce S. Zeki ad esempio sulla visione separava la percezione dalla comprensione e assegnava a ogni facoltà una sede corticale separata.

    L’origine di questa dottrina dualistica è poco chiara, ma la si può collegare alla concezione, introdotta da Immanuel Kant, delle due facoltà della percezione e della comprensione, la prima passiva e la seconda attiva(2). Concordo ancora con Zeki quando afferma che il mondo visibile è una invenzione del sistema visivo cerebrale.

    Io credo di aver già dimostrato(3) che la SICRONIZZAZIONE è forse,in parte, l’inizio dell’inganno tridimensionale, ma non si può negare che l’input di questo inganno sia la CESURA, ovvero lo scarto esistente fra VISIONE e IMMAGINAZIONE o se preferiamo tra PERCEZIONE e COMPRENSIONE. Nella CESURA non bisogna cogliere adialetticamente una debolezza ma bensì, marxianamente, una forza. La mia TERZA VIA s’innesta proprio in questa SPACCATURA DIALETTICA, ed è la via che conduce all’ANOMALIA ORIGINARIA(4) ed alle sue radici storico - dialettiche.

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    Immagine - 1 - Guglia a tortiglione

    La terza via aggiunge ai momenti classici della SINCRONIZZAZIONE tutto l’universo biologico-strutturale, e necessariamente il fattore della STORICIZZAZIONE DEI CONCETTI(5) che è l’ELEMENTO INNOVATIVO consegnato da Marx al pensiero occidentale, al di là delle catastrofi comuniste imputabili a lui solo dalla "disonestà intellettuale" e di questo elemento mi avvalgo per recuperare le TOPICHE -PSICOANALITICHE, per renderle dialettiche e salvarle, al di fuori di un contesto in parte fallimentare, recuperandole essenzialmente in funzione cognitiva.

    Soltanto con la "epistemologia storico – dialettica" si possono individuare gli inganni percettivi. Il più grande di tutti, è il TRIDIMENSIONALE, è probabilmente questo il guasto maggiore creato dall’ANOMALIA ORIGINARIA (vedi disegno).

    Steven Pinker ha studiato sperimentalmente il modo in cui le IMMAGINI MENTALI rappresentano l’informazione "tridimensionale". I suoi primi esperimenti consistevano nel chiedere ai soggetti di memorizzare una "scena tridimensionale", formata da una serie di giocattoli sospesi in diverse posizioni all’interno di una scatola Immagine 2:

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    Immagine - 2 - giocattoli sospesi in una scatola

    Steven Pinker, a mio avviso aveva in mente di aggiungere a tutti i costi la TERZA DIMENSIONE, è per questo che si trovò in polemica con Dawkins il quale invece voleva toglierla. Ad entrambi sono sfuggiti i due principi che possono cambiare il mondo:

      1) noi possiamo intenderla sempre e solo come Realtà virtuale ciò che chiamiamo Realtà. 2) Lo SCARTO di cui sopra dipende dalla intrinseca struttura del reale cioè la dimensione biologico-storico-dialettica che sta alla base della struttura della Terza via, la quale determina l’input cognitivo essenziale.

    Bibliografia

    (1)Piero Bianucci, Tutto scienze, La Stampa, mercoledì 10/03/04 (L’occhio ingannatore) commento sulla percezione di libri recenti (di Dispezio ed altri).

    (2) Semir Zeki, l’elaborazione dell’immagine visiva, Le scienze quaderni n.101, pag. 40-48 oppure Le scienze n.291, novembre 1992. La dottrina dualistica, Zeki la fa risalire alla filosofia di I. Kant, si può concordare ma sono necessarie alcune precisazioni.

    Al fine di chiarire maggiormente la posizione del grande Kant, e di essere onesti intellettualmente fino in fondo, propongo di analizzare le "Lezioni di epistemologia evolutiva di Max Delbrück" in La materia e la mente, Einaudi To 1986, in parte sistemate dai suoi allievi dopo la morte. In particolare dal capitolo sulla percezione pp.106-120, è molto interessante il recupero da parte di Delbrück delle categorie trascendentali sulla scia di (Lorenz). Delbrück afferma "…la nozione Kantiana di conoscenza a priori non è affatto implausibile. Al contrario, l’asserzione di Kant che categorie quali quello di tempo, spazio, e di oggetto, nonché la nozione di causalità abbiano carattere a priori, in quanto componenti trascendentali della cognizione, colpisce quasi nel segno. Queste idee sono infatti a priori nell’individuo, però non piovono dal cielo: sono il frutto di un adattamento evolutivo, il cui fine è la sopravvivenza nel mondo reale".

    Appare dunque chiaro che le mostre relazioni con il mondo implicano due tipi di apprendimento. Il primo è l’apprendimento filogenetico,nel senso che durante l’evoluzione abbiamo sviluppato complessi meccanismi per percepire un mondo reale e fare deduzione su di esso, meccanismi dei quali i processi neurofisiologici di astrazione che agiscono a livello di preconscio sull’input visivo, i fenomeni di costanza percettiva connessi con la visione, l’accordo interemisferico fra le nostre due menti che si stabilisce tramite il corpo calloso costituiscono solo alcuni esempi. Se pensiamo alle categorie trascendentali in senso evolutivo (K. Lorenz, la dottrina Kantiana dell’apriori e la biologia contemporanea, Mondatori, MI, 1990), evitiamo la rigidità delle categorie e ad un tempo evitiamo il dualismo.

    Note

    (3) www.lswn.it

    (4) ibidem

    (5) Roberto Ettore Bertagnolio, Prolegomeni a una psicoepistemologia storico-dialettica,ed. p., 1980, Vergnasco. Ora sintesi anche in: Alteracultura rivista fondata dal filosofo Gianni Vattimo, riprendendo uno scritto mio presentato all’università di Pavia nel 1982. Il problema riguarda la dialettica Soggetto-Oggetto (introduzione) e la storicizzazione dei concetti, dove affermo che la dialettica soggetto-oggetto non si può intendere slegata dalla storia poiché quest’ultima l’unica atta a giustificare i concetti, e questi ultimi, a mio avviso, hanno ricevuto piena validità solo all’interno di due esperienze intellettuali originali e fondamentali: da un lato il materialismo storico-dialettico e dall’altro l’analisi dell’inconscio dentro l’esperienza freudiana. La dialettizzazione di questi due momenti, che io considero alla pari di quella antica, che sussiste alla base del pensiero occidentale (Platone-Aristotele), è alla base della storicizzazione dei concetti. …….... (questo metodo) l’ho applicato alle "topiche" freudiane, astraendole dai loro aspetti biologistici e atemporali ….….. (questo mi ha aperto la strada al recupero neuroscientifico del meccanismo "percezione-coscienza" [PC] ).



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