Roboetica - Intervista a Gianmarco Veruggio


    29/10/2008

    Intervista a Gianmarco Veruggio

    Gianmarco Veruggio, ingegnere elettronico, è un ricercatore robotico del CNR-IEIIT di Genova che ha svolto ricerche in numerosi settori dell'informatica e dell'automatica.

    E' responsabile del Robotlab di Genova, che ha fondato nel 1989, specializzato in sistemi robotici intelligenti per ambiente estremo.

    Ha sperimentato i suoi prototipi in numerose missioni per l'esplorazione degli oceani, e Romeo è il primo robot sottomarino ad essere stato pilotato via Internet sia in Antartide che in Artico.

    Attento studioso del rapporto scienza-società, ha fondato la Scuola di Robotica di Genova.

    Ideatore e promotore dell'iniziativa internazionale sulla Roboetica, presiede il Technical Committee on Roboethics della IEEE Robotics and Automation Society. Nel Gennaio del 2004 ha organizzato a Sanremo a Villa Nobel il Primo Simposio Internazionale "Roboetica: gli aspetti etici, sociali, umanitari ed ecologici della Robotica".

    La Robotica sta rapidamente diventando uno dei campi più importanti della scienza e della tecnologia ed avanza spedita.

    Siamo di fronte ad un'interattività uomo macchina sempre più spinta.

    Nei prossimi anni si avrà a che fare sempre più spesso con i robot, per questo motivo è necessario riflettere ora sulle regole che dovranno gestire il rapporto uomo macchina in quanto ogni avanzamento della ricerca può portare ad un beneficio, ma mette nelle mani dell'uomo strumenti sempre più sofisticati e potenti e strumenti sempre più pericolosi.

    In un futuro non troppo lontano, conviveremo con nuove specie di automi: umanoidi, sistemi intelligenti multifunzionali, robodomestici factotum, macchine e veicoli sempre più autonomi.

    Avvenimenti gravidi di problemi sociali, etici ed economici. Inevitabilmente questa presenza, sempre più massiccia in futuro, di creature artificiali costringe ad una riflessione "roboetica".

    Garbati

    La prossima rivoluzione tecnologica verrà dalla Robotica e sarà senz'altro un formidabile strumento a disposizione dell'uomo in termini di progresso. Prof. Veruggio lei ritiene che tutto ciò porterà anche problemi e interrogativi? Quali i più importanti?

    Veruggio

    Lei ha ragione. E ciò che si prefigura sta già avvenendo. Un caso importante. Il Future Combat System (FCS) è un finanziatissimo (in prima fase, 145 miliardi di dollari) programma di ricerca militare del Pentagono degli Stati Uniti punta a progettare e mettere in capo "sciami" di diversi robot che dovrebbero muoversi sul terreno di battaglia coordinati da un sistema di comunicazione Secondo il supervisore dell'FSC alla Boeing, Dennis Muilenberg, una brigata dell'esercito americano del 2010 potrebbe essere formata da 3000 soldati, 900 veicoli e centinaia di robot di vari tipo, alcuni dei quali armati, tutti collegati in rete.

    Secondo le informazioni rilasciate dalle ditte incaricate del progetto, la rete consentirebbe "ad ogni unità di comunicare gli uni con gli altri, nonché con la loro catena di comando, condividere dati in tempo reale, coordinare i piani e le azioni e reagire al mutare delle condizioni in modo accurato e rapido". Tutto ciò, sulla carta.

    Chi abbia, nondimeno, una minima dimestichezza con i robot e le reti saprà che un comportamento cooperativo di robot in rete è assai complesso, poiché comporta imprevedibilità in vari punti della catena. Questo porta anche, nel caso di robot militari, problemi etici fondamentali.

    Si darà ai robot la "licenza di uccidere"? Io sono assolutamente contrario. A nessuna macchina può essere assegnato tale diritto, ovvero di decidere della vita o della morte di un essere umano.

    Credo che molti militari attenti nutrano le mie stesse preoccupazioni, anche, per esempio, rispetto al cosiddetto fuoco amico. Siamo sicuri che in un terreno di battaglia i robot siano in grado di distinguere tra amici e nemici? Tra civili e combattenti?

    Il Major General Charles A. Cartwright, Program Manager dell'FSC per il Combat Team ha espresso recentemente alcune perplessità.

    "Riusciremo a garantire che saremo noi, e non i nemici, a prendere e mantenere il controllo dei robot (..) Come faremo a sapere che il robot è ancora un nostro "amico" quando sia messo in rete?".

    Come vede, i problemi sono molti, e di non facile soluzione.

    G.

    La Roboetica a pochi anni dalla sua nascita dimostra tutta la sua importanza quale strumento culturale per stimolare una riflessione critica e sensibilità dei ricercatori del settore robotica in particolare verso la società. Quali i punti più urgenti da affrontare se vogliamo sviluppare robot autonomi compatibili con il progresso del singolo individuo e della società?

    V.

    La Roboetica ha ormai cinque anni di storia, ed è stata accolta a livello istituzionale dalla Robotics&Automation Society della IEEE che ha aperto un Technical Committe sulla Roboetica, di cui sono Co-Chair; inoltre, è tema di discussione in autorevoli consessi, di filosofia della tecnologia e della scienza, così come di robotica vera e propria. Il fondamentale lavoro coordinato dai robotici Bruno Siciliano e Oussama Khatib, lo Handbook of Robotics, delle edizioni Springer, uscito quest'anno, si conclude con un capitolo dedicato alla Roboetica, scritto da me in collaborazione con Fiorella Operto. I settori della robotica dove si stanno aprendo problemi etici, legali e sociali sono, come ho già detto, la robotica militare; ma anche la cosiddetta Biorobotica e tutto il settore delle interazioni robot-essere umano.

    G.

    Prof. Veruggio lei è Ingegnere elettronico ricercatore robotico ha fondato nel 1989 il CNR-Robotlab di Genova e nel gennaio del 2004 ha organizzato a Sanremo a Villa Nobel il Primo Simposio Internazionale "Roboetica: gli aspetti etici, sociali, umanitari ed ecologici della Robotica" che ha visto uniti nei lavori non solo esperti robotici, ma anche studiosi di scienze umane. A che punto è il percorso di ricerca di un'etica condivisa da tutte le culture e sul fatto che sia responsabilità soprattutto degli esperti robotici delineare la Roboetica?

    V.

    La strada non è facile. Vediamo nel settore della Bioetica quanti siano i problemi che dividono le varie scuole e le opinioni religiose e politiche. Fortunatamente, nel settore della robotica non sono ancora avvenuti i casi drammatici che sono accaduti a scienze come la fisica, con la questione della bomba H, o nella Bioetica. Ma è chiaro da come si svolgono le cose (negli Stati Uniti, più dell'80 per cento della ricerca robotica è finanziata dal Darpa, l'agenzia della Difesa) che potranno accadere fatti drammatici. I governi che si sono mossi su alcuni aspetti della Roboetica, fino ad oggi, sono il Giappone – che ha varato una serie di norme sulla circolazione in ambienti pubblici di robot autonomi – e la Corea del Sud, il cui Governo sta discutendo un progetto analogo. Certo il tema è ancora sottovalutato, anche da molti scienziati robotici, un po' per ignoranza, ma spesso anche per i condizionamenti imposti dai finanziatori o dalla carriera, come peraltro succede in ogni settore, si pensi solo all'industria farmaceutica.

    G.

    Un sua valutazione sulla reale messa a punto di robot in grado di esprimere una loro emotività. In altre parole robot in un futuro nemmeno troppo lontano assomiglieranno sempre di più agli uomini anche per la capacità di provare emozioni e di esprimere sensazioni?

    V.

    Questo è un tema molto discusso, anche perché secondo me è poco compreso. Un conto è comunicare emozioni e un conto è provarle. Un attore sul palcoscenico interpreta una parte, simulando le parole, i gesti e le espressioni di un personaggio immaginario. Ma a nessuno verrebbe in mente di biasimare Placido Domingo quando impersonifica Otello, per l'assassinio di Desdemona. I robot, anche i più sofisticati, non "provano" alcuna emozione, per lo meno, non nel senso biologico del termine. Sono macchine, anche sofisticate, ma sempre macchine. Anche se dotate di autonomia funzionale e di capacità di interpretazione delle emozioni umane e sanno comunicare anche in modo non verbale – cioè simulare emozioni - questo non significa che possiedano repliche artificiali di qualità prettamente umane, quali coscienza, emozioni, volontà, libero arbitrio. Poi io non sono un profeta e quello che accadrà in futuro, al confine fra robotica e ingegneria genetica, non posso prevederlo. Ciò che invece mi pare evidente è che comunque i robot saranno dotati di intelligenze profondamente diverse da quella umana, per il principio dell'embodiment, ovvero, della relazione funzionale e ontologica tra l'intelligenza e il proprio corpo - o organismo – e l'ambiente.

    G.

    Lei ritiene che oggi la missione dell'ingegnere robotico debba includere la costruzione di robot in grado di cooperare con gli uomini? Potrebbe sviluppare questo concetto di cooperazione uomo-robot?

    V.

    Certamente, maggiore sarà il grado di abilità dei robot di cooperare con gli umani, maggiore sarà la loro adattabilità al nostro ambiente, e quindi permeabilità nella nostra società. Questo non significa necessariamente che essi dovranno avere aspetti umanoidi: per esempio, un robot che sostituisse i minatori in ambienti pericolosi e nocivi non sarà realizzato a forma umana. Ma questo aspetto di una crescente interazione essere umano-robot necessiterà di interfacce operative sempre più a misura d'uomo. Questo è un aspetto della robotica che viene studiato dalla Human Robotics Interaction. Certamente, qualora i robot abbiano compiti di assistenza diretta di umani (nel caso di assistenza di anziani, disabili) o di operatività di collaborazione con umani, la forma antropomorfica aiuterà sotto vari aspetti. Anche qui, abbiamo elementi di roboetica, sia positiva, ovvero, progettare forme e abilità robotiche adatte agli umani; sia di attenzione, ovvero, lo studio delle implicazioni psicologiche e sociali relative al circondamento di umani da parte di robot umanoidi. Problemi a venire, ma non da sottovalutare.

    Intervista a cura di Maurizio Garbati



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